Doveva essere il governo del cambiamento che facendo concessioni al capitalismo estrattivo avrebbe fatto uscire il Paese dalla crisi economica provocata dal “comunismo” del MAS in 20 anni di governo. E invece, dopo poco più di sei mesi al potere, l’amministrazione di Rodrigo Paz è già appesa a un filo, incapace di risolvere la crisi strutturale e assediata da una protesta diffusa e inarrestabile.
Da oltre cinquanta giorni il Paese è attraversato da fortissime proteste che, oltre a far vacillare il governo neoliberista di Paz, hanno provocato 10 morti (secondo il Difensore Civico), una quarantina di feriti e oltre 360 persone arrestate, tra le quali molti dirigenti sindacali della COB (una delle anime della ribellione) e delle altre organizzazioni sociali mobilitate.
Una delle misure di protesta più diffusa è quella dei blocchi stradali: nel corso di queste settimane si è arrivati ad avere anche un centinaio di vie di comunicazione bloccate dai manifestanti in tutto il Paese, concentrati principalmente nelle arterie che collegano le principali città come La Paz, Santa Cruz e Cochabamba. Blocchi stradali che hanno isolato le città e causato una scarsità di cibo, medicinali e carburante e danni economici rilevanti.
E poi le marce: in queste sei settimane di proteste sono state molte le imponenti mobilitazioni promosse dai vari settori sociali: da quella della COB del primo maggio, a quelle seguenti dei Ponchos Rojos, dei cocaleros, dei minatori e dei trasportatori, che principalmente da El Alto hanno assediato la capitale La Paz e i palazzi del potere.
Di fronte a questa situazione il governo di Paz, che nel frattempo ha perso pezzi con le dimissioni di ben tre ministri, la scorsa settimana ha emanato un decreto d’urgenza per introdurre lo stato d’eccezione, vale a dire la possibilità di far intervenire l’esercito per reprimere le contestazioni e soffocare la ribellione.
A completare un quadro che definire drammatico è forse riduttivo, una notizia degli ultimi giorni: il governo sarebbe vicino a chiudere un accordo con il Fondo Monetario Internazionale per una mega prestito di circa tre miliardi di dollari per far fronte alla scarsità di divisa. Una misura, naturalmente, osteggiata dalle parti sociali a maggior ragione che in campagna elettorale lo stesso Paz si era dichiarato contrario sia ad un ritorno del FMI, sia al taglio dei sussidi sui combustibili, ambedue le cose poi disattese.
Secondo il ricercatore ed economista Gonzalo Colque, l’accordo, che tra le altre cose prevede l’abbandono del tasso fisso ancorato al dollaro e la fluttuazione in base al mercato libero della moneta, «avrebbe come obiettivo principale quello di iniettare liquidità per alleviare le urgenze economiche e contenere l'instabilità politica a breve termine». Per Colque inoltre, l’accordo temporaneo con il FMI avrebbe anche l’obiettivo di far guadagnare tempo al governo di Paz.
Un’ottima analisi di quanto sta succedendo nel Paese è quella del Centro de Estudios Populares secondo cui il governo sta cercando di trasferire i costi di questa crisi ai settori popolari, sia a livello economico sia a livello repressivo e di stigmatizzazione sociale contro i settori mobilitati.
« Ciò che è in gioco oggi in Bolivia – conclude la riflessione del CEESP – non si limita all'esito di questo conflitto. È la capacità di una società di impedire che i costi della crisi vengano distribuiti nel modo più ingiusto possibile, di mantenere – nonostante tutto – spazi di organizzazione e di espressione, e di difendere la vita come principio inalienabile».
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