Perù, l’incubo si avvera: Keiko Fujimori è la nuova presidente

Testo di Christian Peverieri e Andrea Mazzocco

Quarantaduemila. Sono i voti che hanno permesso a Keiko Fujimori di diventare presidente del paese andino al quarto tentativo. E per il Perù si avvera l’incubo: ventisei anni dopo la caduta del dittatore Alberto, un altro Fujimori, la figlia Keiko, è di nuovo alla guida del paese, dopo uno scrutinio che ha lasciato con il fiato sospeso per quasi due settimane, con sorpassi e controsorpassi e sempre con una differenza minima tra i due contendenti.

Nel conteggio totale Keiko ha ottenuto nove milioni e 183 mila voti (pari al 50,11%) contro i nove milioni e 141 mila voti di Sánchez (pari al 49,89%). Tuttavia, se si osservano esclusivamente i dati provenienti dai voti raccolti nel territorio peruviano, è Sánchez ad essere in vantaggio per circa 39 mila voti.

Quarantaduemila voti dunque, per la terza volta consecutiva i due sfidanti al ballottaggio sono divisi da poche migliaia di voti: era successo nel 2016 quando proprio Keiko Fujimori era stata sconfitta per 41 mila voti da Kuczynski e nel 2021 quando sempre la figlia del dittatore era stata superata per 44 mila voti dal maestro Castillo. Una differenza davvero irrisoria se si considera che alle urne hanno votato poco meno di venti milioni di peruviani, e che testimonia l’altissima polarizzazione che sta vivendo il Paese.

Per il “castillista” Roberto Sánchez, una sconfitta amara dopo che per giorni era rimasto in testa con buone prospettive di uscire vincente nella contesa. A risultare determinante nell’esito delle elezioni il voto estero, che ha spostato gli equilibri del voto interno che invece ha visto Sánchez risultare in testa in quasi tutte le regioni, a volte con percentuali bulgare, ad eccezione di Lima e poche altre.

Ed è proprio sul voto estero che si concentrano le polemiche tra i due contendenti: Juntos por el Perù (la coalizione a sostegno di Sánchez), ha presentato un ricorso per chiedere l’annullamento di dei risultati in alcune circoscrizioni di Lima e di tutti i risultati provenienti dall’estero con la motivazione che ci sarebbero state irregolarità e mancanza di trasparenza nella catena di custodia delle schede nel viaggio verso Lima.

La causa, sostiene sempre Juntos por el Perù, è una direttiva dell’ONPE (l’organo elettorale peruviano) emanata pochi giorni prima del voto nella quale si è deciso che non era necessaria la digitalizzazione immediata delle schede nei consolati obbligando perciò a far rientrare fisicamente tutte le schede a Lima. Tuttavia non ci sarebbero prove sufficienti a sostegno di questa tesi infatti, notizia delle ultime ore, il tribunale elettorale ha dichiarato inammissibile il ricorso.

Il futuro del Perù torna quindi nelle mani di un Fujimori, certamente un passo indietro simbolicamente importante non solo per quanto riguarda la storia del Paese se pensiamo ai crimini commessi dal padre di Keiko Fujimori, ma anche in ottica geopolitica continentale. Sebbene il Paese fosse stato amministrato negli ultimi anni da fantocci sotto il controllo proprio del fujimorismo (la traditrice Dina “asesina” Boluarte, José Jerí e José Maria Balcazar), la vittoria alle elezioni darà sicuramente ancora più potere a un’opzione politica conservatrice e legata ad élite economiche fortemente neoliberiste, che acuiranno ulteriormente le già abissali disuguaglianze e lo sfruttamento dei territori e delle risorse.

Ma nel futuro del Paese, probabilmente, ci sarà anche spazio per la resistenza a tutto questo. L’esito elettorale ha restituito un testa a testa in un ballottaggio che tutti i sondaggi davano saldamente nelle mani di Fujimori. Questi risultati vanno ben oltre il consenso al candidato progressista: rappresentano un chiaro segnale in ottica antifujimorista. Roberto Sánchez e tutto Juntos por el Peru hanno dichiarato che non riconosceranno il risultato del voto e hanno già lanciato una grande mobilitazione nazionale venerdì 19 chiedendo trasparenza nelle operazioni di scrutinio.

Nelle regioni del sud, come Puno, Apurimac, Cusco, dove Sánchez ha sfiorato, e a volte superato l’80% delle preferenze, si prepara l’opposizione contro una presidente che non rappresenta in alcun modo la popolazione indigena, meticcia e contadina. Qui uno degli scenari possibili è un “contagio” delle proteste dilaganti della vicina Bolivia, che ha eletto il candidato conservatore alla presidenza Rodrigo Paz solo dieci mesi fa. L’Asociación de Mártires y Víctimas del 09 de enero di Juliaca (uno dei più gravi massacri commessi dalla polizia su ordine della traditrice Boluarte dopo la deposizione di Pedro Castillo) ha annunciato che non riconoscerà Keiko Fujimori quando sarà dichiarata presidente.

In posizione geografica diametralmente opposta, anche nella Amazzonia settentrionale aumentano le preoccupazioni per un possibile intensificarsi delle attività estrattive, soprattutto quelle legate al petrolio. Qui sono nati diversi governi territoriali autonomi di diverse nazioni indigene (fra i vari quello della nazione wampis e quello della nazione awajun) che ora potrebbero vedere a rischio molte delle conquiste ottenute negli ultimi 15 anni. Solo da queste esperienze di autonomia e resistenza potrà ripartire l’idea di un futuro Perù più giusto.

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