«Cada vez que Estados Unidos 'salva' a un pueblo, lo deja convertido en un manicomio o en un cementerio».
Eduardo Galeano
Con un’azione militare a sorpresa e chirurgica, nella notte tra il 2 e 3 gennaio, l’esercito statunitense su ordine del suo presidente Donald Trump ha bombardato Caracas e altre località del Venezuela e ha sequestrato il presidente Maduro trasferendolo immediatamente a bordo di una nave della marina militare nel carcere di massima sicurezza di Brooklyn, New York.
L’attacco statunitense ha colto di sorpresa nella tempistica non certo nella modalità, ma quello che risalta nella vicenda è la rivendicazione dell’azione da parte dello stesso Trump durante la conferenza stampa avvenuta poche ore dopo. Il Presidente statunitense ha dichiarato apertamente che l’obiettivo è quello di entrare in possesso delle enormi riserve petrolifere del Paese, come se fossero sue di diritto, come se, con la forza ha il diritto di ottenere ciò che vuole.
Una conferenza stampa che ha stroncato sul nascere la discussione sulle motivazioni che hanno condotto gli Stati Uniti all’attacco: non esiste più la tanto sbandierata difesa o esportazione della democrazia, il rispetto dei diritti umani o quelle scuse novecentesche con cui più o meno tutti hanno sempre difeso e accettato l’operato imperialista a stelle e strisce.
Una rivendicazione che mette a nudo apertamente la pericolosità di uno Stato che non accetta il confronto politico, che non conosce limiti, che non rispetta il diritto internazionale, che pensa di possedere territori, risorse, persone. Chi oggi festeggia le modalità con cui è avvenuta la fine del regime di Maduro, festeggia questa cosa qui. E non credo sia tanto meglio.
Venuti meno gli alibi e le scuse “democratiche”, ora si deve affrontare la discussione sulle modalità imposte da Trump. Di seguito ho raccolto alcune considerazione da parte di organizzazioni indigene, sociali e sindacali, compagni, giornalisti, sociologi, attivisti del continente latinoamericano, perché spesso il punto di vista occidentale, europeo, è falsato dai tanti chilometri che ci separano e soprattutto dalla storia, dolorosa, vissuta da quel continente, da quelle popolazioni che oggi si ritrovano nuovamente con la minaccia gringa sull’uscio di casa.
Una prima e importante analisi è quella di Federico Larsen, giornalista e docente argentino, che cerca di fare il punto a livello globale, regionale e locale.
«Alcune considerazioni a caldo sulla questione Venezuela. Credo vi siano necessariamente tre dimensioni per l'analisi: quella globale, quella regionale e quella domestica.
Dal punto di vista sistemico, l'attacco riafferma la strategia delle zone di influenza: Trump rafforza il proprio primato sul continente americano e eclissa Russia e Cina. Vi sarà reciprocità nei casi di Ucraina e Taiwan? Il futuro di Caracas si scrive anche a Taipei e Kiev.
Il ritorno dell'egemonia Usa sul Venezuela e sul suo petrolio (certamente non scontato) ridurrebbe la vulnerabilità energetica di Washington di fronte a un conflitto a larga scala in Medio Oriente e riaffermerebbe il primato USA nel mercato del greggio. Attenzione a Teheran.
Dal punto di vista regionale quanto successo a Caracas conferma il fallimento della diplomazia latinoamericana, rende più profondo il processo di disintegrazione in atto dal 2016 e premia gli alleati ideologici di Trump in America Latina a Buenos Aires ed El Salvador.
Il grande sconfitto è il Brasile di Lula: la sua proiezione come potenza regionale e interlocutore globale per il Sudamerica si sgretola di fronte al potere militare Usa nella regione.
Dal punto di vista domestico ora si aprono solo grandi interrogativi: c'è stato appoggio interno all'azione Usa? Da parte di chi? Arrestato Maduro gli Usa non avrebbero più giustificazioni per l'intervento. La palla passa all'opposizione interna? Ai militari? C'è un piano?
Il chavismo dal 2013 non è più un movimento personalista basato sulla guida del leader carismatico. Senza Maduro può sopravvivere. Come? Esistono le condizioni interne? C'è un piano?
L'operazione è stata chirurgica. Difficile prevedere ulteriori azioni su territorio venezuelano. Una crisi prolungata non conviene a Usa e opposizione e ne diminuirebbe il capitale politico e trasformerebbe il paese in un pantano. Le prossime 72 ore sono decisive».
Interessanti spunti di approfondimento anche dall’analisi di Pablo Stefanoni, ricercatore e caporedattore della rivista Nueva Sociedad, che pone l’accento sulla crisi del governo di Maduro e sugli eccessi di quello statunitense.
«L'attacco al Venezuela – e l'annunciato arresto di Maduro – non è né un atto liberatorio né un augurio per la democrazia in America Latina. Rientra in quello che la Casa Bianca, 200 anni dopo, ha definito il "Corollario alla Dottrina Monroe".
Gli Stati Uniti sabotano tutte le istituzioni di governance globale e agiscono come uno stato criminale, sostenuto dalla propria superiorità militare, riportandoci al XIX secolo, a un mondo manipolato a piacimento dalle grandi potenze. Senza nemmeno un briciolo di ipocrisia.
Non c'è dubbio che il regime venezuelano combini autoritarismo e inefficienza, e abbia abbandonato la legittimità elettorale. È comprensibile che, di fronte alle difficoltà, alla mancanza di prospettive future, all'emigrazione di massa e alla repressione, molti venezuelani vorrebbero che Maduro se ne andasse a qualsiasi costo.
Il rapimento di Maduro mette in luce contemporaneamente il decadimento interno del regime, le potenziali defezioni e la corruzione. Persino Noriega non è stato così facile da catturare. Bisognerà vedere cosa succederà, chi controllerà la struttura del potere e così via.
Per l'America Latina, questo corollario della Dottrina Monroe, che serve a sostenere varie forze reazionarie amichevoli - alcune come quella di Milei probabilmente non sarebbero sopravvissute senza il sostegno di Trump (forze dal cielo più forze dal Nord) -, sarà estremamente regressivo.
Trump è privo di qualsiasi vocazione democratica nel suo Paese. Non c'è più nemmeno la retorica neoconservatrice della democrazia e dei diritti umani a giustificare le sue azioni militari unilaterali, ma piuttosto un imperialismo puro e semplice. Con un sotto capitalista con ambizioni autocratiche al timone».
Leonidas Iza, ex presidente della Conaie ecudoriana, ha voluto ricordare la storia brutale degli Stati Uniti in America Latina e le motivazioni reali, il petrolio, nell’attacco statunitense.
«Rifiuto assoluto dell'intervento militare statunitense sul territorio del popolo venezuelano. Non esiste una sola scusa valida che giustifichi un'azione del genere che minaccia la sicurezza e la pace mondiali, le cui sfortunate conseguenze sono ancora lontane dall'essere misurate.
Ma un attacco di questo tipo è possibile anche a causa della complicità di governi servili latinoamericani e di migliaia di persone brutalizzate dalla propaganda anticomunista costruita dai media egemonici […].
Questo nuovo attacco ci ricorda la brutale storia degli Stati Uniti in America Latina a causa degli interessi imperialisti nella disputa geopolitica: crimini contro l'umanità, violazioni dei diritti umani, finanziamento di dittature e saccheggio delle risorse naturali dei territori latinoamericani. Questo costituisce una minaccia, un affronto contro tutta l'America Latina e soprattutto contro la regione e contro quei paesi che non hanno permesso l'interferenza dell'agenda imperialista nella politica interna. È anche un allarme perché rompe la pace dei nostri popoli, e rende chiaro che gli Stati Uniti sotto la presidenza di Trump rappresentano un pericolo latente contro la dignità dei nostri paesi.
Questo attacco miserabile è per il petrolio dei nostri fratelli e domani sarà un altro paese a essere colpito, non c'è dubbio, sono capaci di tutto; mettere Nicolás Maduro al centro è solo una parte della strategia per personalizzare il conflitto ed evitare le vere cause profonde. Il suo arresto e quello di sua moglie violano tutti i principi di sovranità e diritto internazionale, quindi questi atti terroristici meritano condanna globale e un'azione immediata per ottenere la sua liberazione».
Sempre dall’Ecuador, Decio Machado, saggista e politologo, mette in guardia dai pericoli rappresentati dall’azione di guerra statunitense.
«Coloro che celebrano il bombardamento delle città venezuelane non difendono i diritti umani o la democrazia: li sospendono selettivamente. Il diritto internazionale non è né opzionale né ideologico. O viene sempre rispettato, oppure cessa di esistere. Quando si applaude la sua violazione, si sta applaudendo il crollo di qualsiasi limite».
A prendere posizione anche la Conaie, l’organizzazione indigena più importante dell’Ecuador che esprime solidarietà al popolo venezuelano e chiede la cessazione di ogni intervento militare.
«Gli attentati e le azioni militari contro Caracas e altre località sono atti illegali, codardi e ingiustificati contro una nazione sovrana che non ha attaccato gli Stati Uniti o nessun altro paese. Riaffermiamo il nostro assoluto rifiuto di ogni tipo di interventismo straniero in America Latina, una pratica storica di dominio contro i popoli della regione.
Denunciamo chiaramente che questo attacco risponde a interessi geopolitici ed economici legati al controllo e al saccheggio delle risorse naturali del popolo venezuelano, in particolare del petrolio e di altre ricchezze strategiche. Questa logica coloniale trasforma i nostri territori in bottino di guerra e i nostri popoli in vittime di espropriazione. Questa aggressione rappresenta anche una minaccia diretta alla sovranità e alla pace di tutta l'America Latina
Dai popoli e nazionalità indigene dell'Ecuador, esprimiamo la nostra solidarietà con il popolo venezuelano, i suoi popoli indigeni; e chiediamo la cessazione immediata di ogni azione militare e il rispetto del diritto all'autodeterminazione dei popoli. L'America Latina è libera e sovrana, non siamo una colonia dell'impero».
Sulla stessa lunghezza d’onda anche Jonathan Camargo, attivista del Congreso de los Pueblos colombiano, che ribadisce la pericolosità dell’attacco statunitense e punta il dito sulle responsabilità dei governi progressisti.
«La stupidità ovvia è che ci sono persone che celebrano il fatto che un pedofilo, genocida e criminale come Trump, agisca impunemente contro la sovranità venezuelana. Oggi lo fanno in Venezuela e Gaza. Domani lo faranno a casa tua.
L'attacco imperialista gringo è anche un messaggio per il progressismo socialdemocratico e liberale, che crede che con tiepide riforme e conciliazionismo di classe si possa avanzare seriamente. Niente, il capitale sempre punta i cannoni, persino contro i suoi crumiri».
Lo stesso Congreso de los Pueblos invita a non esitare a prendere posizione contro l’aggressione statunitense.
«Come Congreso de los Pueblos siamo solidali con il coraggioso popolo venezuelano, eredi dello spirito di indipendenza di Bolívar e della convinzione rivoluzionaria di Chávez. Non sono momenti per l’esitazione. Ciò che è accaduto oggi in Venezuela è la concretizzazione di un piano ideato e pensato dalla Dottrina di Sicurezza Nazionale dell'Imperialismo, che vede i popoli del sud come nemici. In questa strategia, il paramilitarismo svolge anche la sua funzione di destabilizzare su entrambi i lati del confine dei nostri paesi fratelli con un unico scopo: garantire la dominazione yankee sui nostri territori per controllare i nostri beni comuni».
David Suarez, sociologo ecuadoriano, usa invece il sarcasmo per commentare l’aggressione al Venezuela.
«Ora tocca a noi latinoamericani ricevere la democrazia e la libertà dalle mani dei bombardieri statunitensi. Suppongo che i nostri percorsi assomiglieranno a quelli del Medio Oriente, che, come tutti sappiamo, oggi gode di pace, prosperità e libertà grazie alle forze militari americane redentive. Infinite grazie a Donald Trump e ai suoi accoliti per aver resuscitato quella tradizione americana secolare di darci la democrazia con i proiettili.
Il fatto è – scrive poi tornando serio Suarez - che esiste una superpotenza che si è arrogata il diritto di fare carta straccia del diritto internazionale, bombardando, uccidendo, invadendo, rovesciando governi e installando burattini che favoriscono i suoi interessi. Una vecchia pratica dei gringos che pensavamo fosse stata bandita, che pensavamo fosse tipica dell'altro secolo. E no, serve a mostrarci che siamo noi gli ingenui se crediamo che si tratti di democrazia o della lotta contro il traffico di droga».
Voci di protesta arrivano anche dal Brasile, attraverso due organizzazioni di base come il MAB (Movimento dos Atingidos por Barragens) e la CSP-Conlutas. Per il MAB l’attacco contro il Venezuela è un attacco a tutta l’America Latina.
«Noi del Movimento delle persone colpite dalle dighe (MAB) esprimiamo la nostra solidarietà ai nostri fratelli e sorelle venezuelani e denunciamo l'intensificazione degli attacchi militari statunitensi nelle prime ore di questo sabato. Si tratta di un'aggressione imperialista inaccettabile, che viola la sovranità e mira a saccheggiare le ricchezze del popolo venezuelano, in particolare il petrolio.
Gli Stati Uniti stanno reagendo violentemente all'indebolimento dell'ordine imperialista mondiale e si stanno volgendo con tutta la loro forza verso l'America Latina. I nostri fratelli venezuelani stanno costruendo il loro percorso indipendente da decenni, fin dalla leadership di Hugo Chávez.
Questo attacco, perpetrato sotto gli ordini di Donald Trump, è un vero e proprio crimine di guerra, una violazione della Carta delle Nazioni Unite, e il suo palese obiettivo è un cambio di regime. Ci sarà resistenza!
L'attacco al Venezuela e al governo legittimo di Nicolás Maduro è un attacco a tutta l'America Latina e ai Caraibi. Difendere il popolo venezuelano significa difendere la democrazia, l'autodeterminazione dei popoli e la pace. Il Venezuela non è solo!»
Per la CSP-Conlutas, organizzazione sindacale, è già tempo di organizzarsi con altre organizzazioni dal basso e condannare i bombardamenti imperialisti manifestando nelle piazze.
«Le organizzazioni, i sindacati, i movimenti popolari e le forze democratiche che sottoscrivono questa mozione esprimono pubblicamente la loro più ferma, categorica e inequivocabile condanna dei bombardamenti imperialisti perpetrati dalle forze militari degli Stati Uniti contro il territorio del Venezuela, avvenuti nelle prime ore del mattino di sabato 3 gennaio 2026.
Si tratta di un'aggressione militare diretta e deliberata che lede gravemente la sovranità nazionale del Venezuela, colpisce il suo popolo e costituisce una seria minaccia per la pace e la stabilità dell'America Latina e dei Caraibi. Gli attacchi contro installazioni militari, infrastrutture strategiche, porti, aeroporti e aree urbane a Caracas e in altri stati venezuelani costituiscono crimini di guerra, oltre a violare flagrantemente il diritto internazionale e il principio di autodeterminazione dei popoli.
Denunciamo che questa invasione americana ha come obiettivo centrale il saccheggio delle risorse naturali del Venezuela, in particolare del petrolio, riproducendo la stessa logica coloniale e imperialista storicamente impiegata dagli Stati Uniti in Medio Oriente e nei paesi del Golfo Persico».
Infine, l’appello di Raúl Romero, sociologo e giornalista messicano, a non lasciare solo il popolo venezuelano.
«Il popolo venezuelano, con la solidarietà dei popoli del mondo è protagonista di una battaglia chiave: se non riescono a porre fine all’imperialismo, Trump andrà a Cuba, in Colombia e oltre. La battaglia del Venezuela è la battaglia per l’America Latina e l’umanità».
