A oltre un mese dalle elezioni del 12 aprile scorso, il tribunale elettorale peruviano ha concluso le operazioni di scrutinio: al ballottaggio del 7 giugno a sfidare Keiko Fujimori, la figlia del dittatore Alberto deceduto un anno e mezzo fa e vincitrice del primo turno, sarà Roberto Sánchez Palomino, esponente della coalizione di sinistra Juntos por el Perù ed erede politico dell’ex presidente Pedro Castillo.
Ancora una volta sul futuro del Perù aleggia l’ingombrante ombra del fujimorismo ma tra il ritorno di un Fujimori e il potere ci sarà ancora una volta il ballottaggio: Keiko, alla quarta sfida a due nelle ultime quattro elezioni, infatti, ha sì vinto il primo turno ma con solo il 17,2% circa dei voti. Sono poco più di due milioni e ottocento mila le preferenze conquistate dalla figlia del dittatore, degli oltre 27 milioni di peruviani che si sono recati alle urne per eleggere presidente, vicepresidente, parlamentari e rappresentanti del Parlamento Andino.
A contenderle la poltrona presidenziale, sarà dunque Roberto Sánchez Palomino, esponente della coalizione Juntos por el Perù, che è arrivato secondo con il 12% dei voti e poco più di due milioni di preferenze. Sánchez è uscito vincitore al fotofinish dopo un duello voto a voto con Rafael López Aliaga, esponente del partito di estrema destra Renovación Popular, fermatosi all’11,9% e staccato di circa 20 mila voti.
Già ministro del Commercio Estero e del Turismo nel governo di Pedro Castillo, Sánchez si è presentato a queste elezioni come suo erede politico e per questo è stato osteggiato in ogni modo dalle élite di potere che controllano i principali mezzi di informazione e che hanno nascosto nei sondaggi l’importante appoggio popolare di cui gode.
Interminabile lo spoglio che ha sancito la sfida tra Keiko Fujimori e Roberto Sánchez. All’inizio dello spoglio López Aliaga era ampiamente in vantaggio, ma con il passare delle ore e poi dei giorni Sánchez ha recuperato piano piano tutto lo svantaggio fino al sorpasso avvenuto intorno all’80% delle schede conteggiate. Il conteggio dei voti ha subito quindi un forte rallentamento dal momento che sono state tantissime le schede contestate che il Jurado Especial Electoral ha dovuto prendere in carico, circa il 5% del totale.
La verifica delle schede contestate da parte del Jurado Especial Electoral ha tenuto col fiato sospeso i peruviani per oltre un mese: Sánchez ha raggiunto un margine di oltre 36 mila voti su López Aliaga, ma poi questo vantaggio è sceso fino a tre mila voti. L’incertezza ha regnato dunque fino alla fine e la differenza, al termine della revisione da parte del JEE, è stata appunto di poche migliaia di voti.
Visto il profilarsi della sconfitta López Aliaga ha denunciato presunti brogli elettorali e chiesto l’annullamento delle elezioni scatenando polemiche per il tentativo di disconoscere la volontà popolare, quella indigena e più povera, che ha votato Sánchez. Per questo motivo lo stesso Sánchez, alcuni giorni dopo le elezioni, ha iniziato un tour per il Paese invitando la popolazione a scendere in strada e a difendere il voto e la democrazia.
A smorzare la tensione ci hanno provato fin da subito gli osservatori dell’Unione Europea e della OSA, l’Organizzazione degli Stati Americani, i quali hanno affermato che, nonostante i ritardi in alcune zone, le operazioni di voto si sono svolte regolarmente e non sono stati riscontrati indizi di brogli, smentendo la versione di López Aliaga.
Polemiche sull’organizzazione della giornata elettorale ci sono state comunque: in oltre 75 seggi infatti sono stati riscontrati ritardi nella consegna del materiale necessario allo svolgimento delle operazioni di voto nonostante la presenza dei membri dei seggi, fatto che ha costretto il titolare della ONPE (Oficina Nacional de Procesos Electorales) Piero Corvetto ad ampliare l’orario per recarsi alle urne e in seguito a dimettersi.
Ora sarà importante capire come evolverà il gioco delle alleanze per il ballottaggio del 7 giugno dal momento che ci sono diversi candidati che potranno spendere più di un milione di voti come “merce di scambio” per ministeri o altri incarichi. Al quarto posto infatti Jorge Nieto Montesinos, ufficialmente di centro sinistra, ha ottenuto un milione ottocentomila preferenze. Ricardo Pablo Belmont di Obras, un movimento civico populista indecifrabile che però dovrebbe essere antifujimorista, ha ottenuto un milione e settecento mila voti circa.
A seguire Carlos Gonsalo Alvarez, fujimorista, un milione e trecentomila voti e Pablo Alfonso López Chau, antifujimorista di centro sinistra, un milione e duecentomila voti e via via altri candidati che possono “spendere” fino a mezzo milione di voti (erano 36 i candidati presidente).
Non va dimenticato infine il bacino di voti dei cittadini che hanno deciso di non votare o che hanno annullato la scheda. Sommando gli astenuti (29,1%), le schede bianche (8,3%) e le schede nulle (3,6%), si nota che al primo turno il 41% dei peruviani non si è sentito rappresentato da nessuno dei 36 candidati alla presidenza e potrebbero diventare l’ago della bilancia del ballottaggio.
Con queste elezioni, non terminerà dunque la profonda crisi istituzionale che il Perù sta attraversando da dieci anni a questa parte, in cui si sono succeduti 8 presidenti e si è creata un’instabilità politica cronica. Il meccanismo di potere rimane intatto: cambiano le facce ma non cambia il sistema e anzi il prossimo presidente, soprattutto se dovesse essere Sánchez, si ritroverà ancora una volta ostaggio delle alleanze e dell’instabilità generata da un Parlamento senza maggioranza assoluta e che permetterà alle élite economiche e politiche, e al fujimorismo, di dettare ancora le regole del gioco e ingabbiare così un eventuale governo nemico del potere.
Nonostante il “sollievo” per aver evitato uno scontro tra due destre radicali (Fujimori e López Aliaga), sono poche le aspettative dunque per il futuro del Perù, con l’ombra del fujimorismo che continuerà ad aleggiare nel Paese: la crisi politica si è trasformata in regime, non è un’eccezione ma una forma di governo, disegnata per autoriprodursi e per garantire che, chiunque governi, non cambi niente.
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