Sono partiti lo stesso, nonostante la pioggia torrenziale che nelle ore notturne di lunedì 20 aprile è scesa sulla città di Tapachula. Sono il migliaio di uomini, donne, bambini della nuova carovana migrante, autodenominata “David”, che vuole farsi strada tra le macerie di un’accoglienza sempre più difficile, per riprendersi il diritto a costruirsi un futuro di dignità.
Sono trascorsi solo pochi giorni dalla dissoluzione della precedente carovana, “Genesis”, fatta dissolvere dagli agenti dell’Instituto Nacional de Migración a Tonalá, al confine tra gli stati del Chiapas e di Oaxaca, dopo una camminata durata dieci giorni e circa 250 chilometri, ma le motivazioni per la partenza delle carovane non cambiano.
Ancora una volta infatti i migranti segnalano le difficoltà a regolarizzare la loro posizione burocratica in Messico, a ottenere i documenti che consentirebbe loro di muoversi per il Paese e ricominciare una nuova vita lontano dalla miseria, dalla violenza, dalla mancanza di prospettive dei loro luoghi d’origine. Molti di loro, denunciano gli stessi migranti, sono bloccati a Tapachula da oltre un anno in attesa della regolarizzazione.
Sotto l’occhio del ciclone c’è la COMAR (Comisión Mexicana de Ayuda a Refugiados) di stanza a Tapachula che non risponde alle richieste o si nega a risolvere i problemi dei migranti, imprigionandoli in città. «Non vogliamo gli Stati Uniti, vogliamo solo uscire da Tapachula, qui non ci sono documenti, non c’è lavoro, non c’è niente» denunciano gli migranti ai media messicani.
Le persone che si sono messe in viaggio lunedì sono solo una minima parte di quelle bloccate nel sud del Chiapas alla frontiera col Guatemala: secondo dati più o meno ufficiali sarebbero almeno 60 mila i migranti intrappolati a Tapachula dalle rigide maglie dell’accoglienza messicana.
La carovana che si è messa in viaggio in questi giorni è composta in maggioranza di persone, uomini, donne, famiglie con bambini, in fuga dall’isola di Haiti: sono circa l’80% dell’intero gruppo che comprende anche migranti provenienti dal centro e sud America. In marcia da lunedì sono già arrivati alla città di Huixtla, dopo una camminata di 50 km durata circa 15 ore.
Anche in questo caso, l’obiettivo dei migranti non è raggiungere gli Stati Uniti, ma regolarizzare la propria situazione in Messico e stabilirsi in qualche città del centro e nord del Paese. Tuttavia, segnala il quotidiano Diario del Sur, tra i componenti di questa carovana, ci sarebbero anche alcuni migranti deportati dalla famigerata ICE di Trump, strappati alle loro famiglie nonostante non avessero fatto nulla di male, avessero un lavoro e fossero residente nella “patria della libertà” da molti anni.
Per tutti loro, quella terra inospitale, che li ha respinti e cacciati strappandoli dagli abbracci delle proprie famiglie, continua a essere “il sogno americano”.
Foto di copertina: Alejandro Gómez