Dopo 12 giorni di cammino, e quasi 250 km percorsi, la carovana migrante autodenominata “Genesis” composta da circa cinquecento migranti provenienti in prevalenza da Haiti e dal centro America è stata intercettata e dissolta dalle autorità messicane al confine tra gli stati del Chiapas e di Oaxaca.
Erano partiti all’alba del 24 marzo dalla piazza centrale di Tapachula, con l’obiettivo dichiarato di spostarsi nelle città del nord del Messico in cerca di migliori condizioni di vita e di un lavoro. Tapachula, infatti, da molti anni è una pericolosa trappola per i migranti che arrivano dalle isole caraibiche e dal sud e centro America.
Dopo aver superato, spesso a nuoto, il fiume Suchiate che separa il Messico dal Guatemala, i migranti infatti vengono bloccati a Tapachula dalla famigerata “migra”. Qui attendono invano, spesso anche un anno e mezzo prima che le loro domande di richiesta di soggiorno e di regolarizzazione vengano prese in carico dalla COMAR. E non sempre ricevono risposte.
Al momento, secondo quanto riportano i media locali, sarebbero circa 75 mila i migranti costretti a sopravvivere in un contesto pericoloso, senza possibilità di guadagnarsi da vivere (i pochi lavori sono sottopagati e sfruttati) e soprattutto alla mercé della criminalità organizzata, in attesa dei documenti necessari per poter muoversi e risiedere in Messico.
Per questo motivo, ciclicamente, i migranti si organizzano e partono in carovana, unico metodo relativamente sicuro per sfuggire all’inferno di Tapachula e di viaggiare per le polverose ma soprattutto pericolose strade che dal sud del Messico si dirigono verso nord.
Proprio come hanno fatto i migranti della carovana Genesis: stanchi di aspettare documenti che non arrivavano mai, si sono messi in cammino con l’obiettivo di evadere dalla prigione di Tapachula e trovare un luogo dove poter ricostruirsi la vita nel suolo messicano. Sì, perché, le politiche apertamente razziste – e disumane - di Trump nei confronti dei migranti, hanno fatto capire che quello che una volta era il “sogno americano”, si è trasformato in un incubo che rischia di veder vanificati tutti gli sforzi, anche economici, che i migranti e le loro famiglie fanno per raggiungere il nord.
Con la carovana Genesis le autorità messicane addette al controllo dei migranti inizialmente hanno lasciato fare, come spesso accade. Ma quando la carovana è arrivata a Tonalá, cittadina a pochi chilometri dal confine con lo stato di Oaxaca, sono intervenuti e, a quanto riportano i media locali, non si capisce ancora se con la forza o meno, per dissolverla.
Alcuni media riportano infatti che l’Instituto Nacional de Migración avrebbe offerto ai migranti l’emissione dei documenti necessari a stabilirsi in Messico e il trasporto sicuro con alcuni bus verso località del Chiapas come Tuxtla Gutiérrez o del Tabasco, come Villahermosa. Condizioni che i migranti avrebbero accettato senza nessun problema.
Ma questa versione è contestata dalle organizzazioni di difesa dei diritti umani che da molti anni aiutano i migranti nel loro difficile percorso. Luis García Villagrán, del Centro de Dignificación Humana A.C., ha infatti denunciato che «all'improvviso, le forze statali sono arrivate e hanno portato via i leader. Successivamente, il gruppo è praticamente scomparso; alcuni dicono che siano andati a Oaxaca, ma in realtà non c'è certezza su cosa sia successo loro».
Il silenzio da parte di tutti i livelli di governo su quanto accaduto a Tonalá e sulla sorte dei migranti di cui si sono perse le tracce e, ultimo ma non meno importante, la gravissima crisi di violenza che attraversa il paese, fanno temere il peggio. Perché in Messico si sa, la vita dei migranti vale niente.
Foto di copertina: Edgar H. Clemente