Oltre 10 giorni di proteste, camminate di centinaia di chilometri, blocchi stradali in tutto il Paese e durissimi scontri con la polizia e l’esercito. E diversi settori mobilitati, ognuno con rivendicazioni proprie che si stanno fondendo in un’unica grande rivendicazione comune: le dimissioni del presidente Rodrigo Paz Pereira per l’incapacità di risolvere una crisi economica sempre più grave.
Le proteste dei settori sociali, come la COB (la Central Obrera Boliviana, uno dei più importanti sindacati dei lavoratori delle miniere) erano già cominciate ad inizio anno, ma sono riprese con più vigore da metà aprile a seguito di alcune misure economiche del governo che colpiscono proprio i settori popolari e indigeni più in difficoltà.
Teatro centrale di questa nuova ondata di proteste sono diventate negli ultimi giorni la capitale La Paz e la vicina El Alto, con durissimi scontri tra i manifestanti e le forze dell’ordine, inviate per reprimere il dissenso e soprattutto per sbloccare le vie di comunicazione occupate dai manifestanti come misura estrema di protesta.
Come detto, sono diversi i settori sociali che sono mobilitati contro il governo ma il fattore detonante è stata l’approvazione della legge 1720 l’8 aprile scorso con la quale il governo intendeva favorire la conversione delle piccole proprietà terriere in medie proprietà per “modernizzare” l’attività produttiva.
La legge ha trovato fin da subito la ferma opposizione di indigeni e campesinos perché, avvertono, questa proposta vìola i territori comunitari e potrebbe favorire la concentrazione della proprietà terriera favorendo gli interessi dell’agrobusiness. Diverse le misure di protesta contro l’approvazione di questa legge: le popolazioni indigene del Beni e di Pando si sono messe in marcia e dopo 27 giorni sono arrivate a La Paz mentre i contadini di Túpac Katari hanno attivato un blocco totale di tutte le 20 province di La Paz fino alla completa abrogazione della legge.
Dopo quasi dieci giorni di proteste, il governo di Paz si è visto costretto a cedere al malcontento popolare e ad annunciare l’abrogazione della tanto contestata legge. La mobilitazione sociale tuttavia è ancora attiva perché la legge deve ancora essere abrogata definitivamente dal Senato, cosa che dovrebbe avvenire nei prossimi giorni.
A mobilitarsi contro il governo anche il settore degli autotrasportatori. Il tema dello scontro con il governo è la richiesta di carburante di qualità e il risarcimento per i danni provocati da quello di scarsa qualità immesso nel mercato dall’impresa statale YPFB (Yacimientos Petrolíferos Fiscales Bolivianos). Gli autotrasportatori hanno attivato blocchi stradali a fasi alterne e sono parzialmente impegnati in un dialogo con il governo.
A completare il quadro delle proteste la COB e la CSUTCB (Confederación Sindical Única de Trabajadores Campesinos de Bolivia), le cui richieste sono principalmente legate all’aumento dei salari e il sostegno alle rivendicazioni degli altri settori mobilitati. La COB ha annunciato uno sciopero a tempo indeterminato mentre la CSUTCB ha attivato una serie di blocchi stradali a sostegno degli altri settori.
Nella giornata di sabato 16 maggio in particolare a El Alto si sono verificati durissimi scontri tra manifestanti e forze dell’ordine, intervenute per sbloccare le vie di comunicazione che stanno isolando la capitale La Paz. Dopo una battaglia durata oltre mezza giornata a El Alto, polizia ed esercito si sono ritirate e i blocchi sono rimasti attivi. Secondo la Defensoría del Pueblo, la violenta repressione delle forze armate avrebbe portato all’arresto di 47 persone e il ferimento di altre 5.
A soffiare sul fuoco della protesta ci sono anche i settori popolari legati all’ex presidente Evo Morales, che hanno iniziato una marcia fino a La Paz con l’obiettivo di arrivare a La Paz e, seguendo la linea della COB, fondere le rivendicazioni settoriali in un’unica grande richiesta: le dimissioni del presidente Rodrigo Paz, ritenuto incapace di risolvere la grave crisi economica che sta attraversando il Paese, nonostante le illusorie promesse elettorali.
Nonostante il governo di Paz stia lentamente cedendo alle mobilitazioni sempre più accese e diffuse, nei prossimi giorni sono previste ulteriori proteste. Cosa succederà dipenderà anche dalla risposta del governo, che in queste ultime settimane non ha certo disdegnato l’utilizzo della repressione per cercare di contenere le proteste: un’escalation della violenza potrebbe davvero saldare le varie anime della protesta e amplificare la radicalità delle proteste, con conseguenze difficilmente prevedibili.
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