Primo parziale stop per il governo boliviano: abrogato il decreto neoliberista


Dopo oltre due settimane di forti proteste e blocchi stradali che hanno coinvolto tutto il Paese, il governo boliviano di Rodrigo Paz fa marcia indietro e, a seguito del dialogo con i portavoce della protesta, ha annunciato domenica sera l’abrogazione del contestato decreto supremo 5503 con il quale, tra le altre cose, era stata sancita l’eliminazione al sussidio sui carburanti.

Il Decreto Supremo 5503, emanato in dicembre dal nuovo governo neoliberista di Paz, aveva come obiettivo cambiare il modello economico del paese, aprendo le porte al capitale transnazionale nel settore strategico dell'economia, congelando i salari, applicando un nuovo sistema fiscale e caricando l'eliminazione del sussidio del carburante sulle spalle della popolazione.

Una misura che ha visto non solo la prima grande protesta contro il governo, ma anche la frattura all’interno dello stesso, con il vicepresidente Edmand Lara che si è dichiarato apertamente “oppositore” al suo stesso presidente. Lara, ex poliziotto influencer e grande estimatore di Bukele e Milei, non rappresenta un’alternativa popolare ma un populismo repressivo, che tuttavia in questo momento appare isolato.

Le proteste sono iniziate sottotono, con la sola COB a scendere in piazza a manifestare il proprio dissenso contro la nuova linea politica ed economica del governo, ma con il passare dei giorni, grazie alla determinazione della stessa COB e a causa dell’intransigenza del governo che si è negato a sedersi al tavolo per dialogare con le parti sociali, sempre più settori della popolazione ed organizzazioni si sono unite alla lotta.

Il culmine lo si ha avuto a cavallo dell’anno quando, l’intensificarsi delle proteste (alcune delle quali brutalmente represse dalle forze dell’ordine boliviane), ha prodotto una serie di marce a La Paz ed in altre città e soprattutto l’aumento di blocchi stradali, arrivati a 56, che hanno bloccato il Paese per alcuni giorni, costringendo il governo a sedersi al tavolo delle trattative con la COB.

Imponente è stata la marcia “Bolivia non si vende” partita il 2 gennaio da Calamarca e arrivata a La Paz tre giorni dopo: alla marcia, cresciuta esponenzialmente durante il percorso, hanno aderito i settori contadini della CSUTCB (un’altra grande organizzazione di base), i ponchos rojos (evisti), il settore dell’educazione, della sanità e varie organizzazioni sociali e femministe. Attraversando El Alto prima di arrivare nella capitale, la marcia si è estesa per 27 km, con una stima di quasi mezzo milione di partecipanti.

È stata probabilmente questa imponente dimostrazione di forza a far ritornare sui propri passi il governo che ha quindi deciso di aprirsi al dialogo. Nella giornata di domenica 11 gennaio, infine, è stato firmato l’accordo, che è in pratica un primo tiepido passo falso del nuovo governo a trazione neoliberista.

L’accordo prevede l’abrogazione del Decreto Supremo 5503 da parte del governo, tuttavia rimangono effettive alcune misure, come quella relativa all’eliminazione del sussidio ai carburanti e si impegna a creare una commissione che, insieme ai settori sociali in mobilitazione, lavorerà a un nuovo decreto nel quale, appunto, rimarranno vigenti gli articoli relativi ai sussidi al carburante, la riprogrammazione dei crediti al sistema finanziario e il miglioramento dei bonus sociali e l’ordinamento della politica salariale.

Una vittoria parziale per la COB che ora, in una assemblea generale di base, dovrà decidere se mantenere l’accordo col governo o meno. «Questa vittoria – scrive la COB nel suo comunicato - non nasce dal caso o dalla buona volontà di nessuno, è il mandato del popolo organizzato e la conseguenza di una lotta prolungata […]. Di conseguenza, la Central Obrera Boliviana, per salvaguardare l'unità del movimento operaio e evitare ulteriori danni alla popolazione: revoca tutti i blocchi a livello nazionale» ma, avvisa, «tutte le organizzazioni, confederazioni, federazioni nazionali e basi sono mantenute in stato di emergenza permanente e sorveglianza sindacale e istituzionale fino a quando la formale abrogazione del Decreto Supremo 5503 non verrà ufficializzata».

La situazione rimane complessa e tesa: la COB, pur essendo riuscita a centralizzare e a massificare il dissenso, ora è in una posizione ambigua a causa dell’accordo “tiepido” stipulato col governo. A seguito della firma, infatti, l’opposizione sociale appare spaccata e il dirigente nazionale della COB Mario Argollo è stato aggredito da alcuni settori che lo hanno accusato di tradimento e rifiutano l’accordo stretto col governo.

Pubblicato in Global Project

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