È durato soltanto quattro mesi il mandato presidenziale di José Jerí, lo semisconosciuto parlamentare peruviano posto sullo scranno presidenziale dal Congresso il 10 ottobre scorso dopo la destituzione di Dina Boluarte ed ora destituito a sua volta dallo stesso Congresso. Jerí non ha superato addirittura sette mozioni di sfiducia presentate contro di lui ed è stato destituito per “cattiva condotta funzionale e incapacità morale”.
Una maggioranza schiacciante la votazione che ha portato alla sua destituzione: 75 i voti favorevoli, 24 contrari e 3 astensioni. Jerí è stato il settimo presidente negli ultimi dieci anni, il quinto non eletto ma nominato dal Congresso, a causa delle destituzioni dei presidenti precedenti. Dopo la votazione, il presidente del Congresso Fernando Rospigliosi ha annunciato che il nuovo presidente, scelto il mercoledì successivo tra i membri del Congresso, durerà fino al 28 luglio quando entrerà in carica il nuovo presidente scelto alle elezioni di aprile.
José Jerí è indagato dalla procura per due casi di presunto traffico di influenze e corruzione, in particolare, lo scandalo è scoppiato quando, il 26 dicembre scorso il presidente è stato visto incappucciato incontrarsi con un imprenditore cinese dentro a un ristorante di proprietà di quest’ultimo. Il “chifagate” come è stato ribattezzato, ha provocato una reazione a catena che ha portato alla sua deposizione.
Secondo le informazioni provenienti dai media peruviani, al centro dell’incontro tra il presidente e l’imprenditore cinese ci sarebbe stato un contratto milionario con lo Stato. Zhihua Yang, avrebbe proposto infatti al presidente l’installazione di telecamere di sorveglianza video su otto mila autobus del trasporto pubblico, un affare per oltre 33 milioni di dollari.
La nomina di José Jerí a ottobre, dopo la deposizione della presidente Dina Boluarte, a sua volta nominata presidente ad interim dopo la deposizione di Pedro Castillo nel dicembre 2023, aveva scatenato una serie di proteste di piazza a causa delle numerose indagini sul suo conto, tra cui una per violenza sessuale, tanto che nelle strade era soprannominato il “presidente violador”.
Nella serata di mercoledì 18 febbraio il Congresso ha dunque scelto il nuovo presidente tra quattro candidati, che rappresentano le varie anime dell’assemblea. A spuntarla è stato José María Balcázar, un politico del partito Perù Libre (lo stesso del maestro Pedro Castillo) che ha avuto la meglio al ballottaggio su María del Carmen Alva, esponente di Acción Popular. L’elezione di Balcazar è avvenuta tra forti proteste all’interno del Congresso, con alcuni membri che hanno denunciato irregolarità e mancanza di trasparenza e hanno infine abbandonato l’aula.
Il nuovo presidente, nonostante provenga da un partito che si definisce “socialista”, ha lo stesso profilo dei suoi più recenti predecessori Boluarte e Jerí. Ex giudice e sostenitore di tesi misogine e maschiliste, Balcazar si è anche espresso in modo favorevole al matrimonio per i minori. A suo carico pendono una decina di indagini fiscali, per questo è una figura facilmente manipolabile e disponibile alla corruzione. Nel corso della prima conferenza stampa, il nuovo presidente ha inoltre dichiarato che «l’indulto a Pedro Castillo non è in agenda».
La deposizione di José Jerí e la successiva nomina di Balcazar conferma la gravissima instabilità politica in cui è caduto il Paese, sospeso nei giochi di potere dei gruppi parlamentari in particolare in questi mesi in vista delle elezioni di aprile che sanciranno, forse, una nuova guida più stabile per il Perù. Con lo spettro, sempre troppo ingombrante, del ritorno del fujimorismo, mai realmente sconfitto e superato e sempre pronto a tramare per riprendersi il potere.
Pubblicato su Global Project