Venezuela sotto attacco. Trump: «abbiamo Maduro»

Sette forti esplosioni, accompagnate da rumori simili a quelli di aerei in volo, si sono udite a Caracas, in Venezuela, quando erano le 2 di questa notte. Articolo in aggiornamento

Dopo mesi di minacce e provocazioni è arrivato l’attacco statunitense al Venezuela: durante la notte tra il 2 e 3 gennaio, forti detonazioni hanno colpito obiettivi civili e militari nella capitale venezuelana Caracas e in altre zone degli stati di Miranda, Aragua e La Guaira. Secondo le informazioni preliminari sono diversi gli obiettivi strategici colpiti dagli attacchi dell’aeronutica statunitense. Innanzitutto le installazioni militari di Fuerte Tiuna (cuore del potere militare) e la base aerea di La Carlota nel centro est della capitale. A subire attacchi però sono state anche installazioni civili, la sede governativa del Palacio de Miraflores, infrastrutture di comunicazioni dove si trovano ripetitori essenziali per le telecomunicazioni nel Paese e anche la zona costiera dove si trova l’aeroporto internazionale di Maiquetía nello stato di La Guaira.

Di fronte all’attacco statunitense il governo di Maduro ha decretato lo “stato di emergenza” e denunciato di fronte alla comunità internazionale la grave aggressione militare che sta subendo in queste ore: «Il Venezuela - recita il comunicato ufficiale del governo - respinge, ripudia e denuncia alla comunità internazionale la grave aggressione militare perpetrata dall'attuale governo degli Stati Uniti d'America contro il territorio venezuelano e la sua popolazione nelle aree civili e militari di Caracas, capitale della Repubblica, e degli stati di Miranda, Aragua e La Guaira. Tale atto costituisce una flagrante violazione della Carta delle Nazioni Unite.

L'obiettivo di questo attacco - continua il comunicato - non è altro che impossessarsi delle risorse strategiche del Venezuela, in particolare petrolio e minerali, nel tentativo di spezzare con la forza l'indipendenza politica della nazione. Non ci riusciranno. Dopo oltre duecento anni di indipendenza, il popolo e il suo governo legittimo rimangono fermi nel difendere la propria sovranità e il diritto inalienabile a determinare il proprio destino. Il tentativo di imporre una guerra coloniale per distruggere la forma di governo repubblicana e forzare un "cambio di regime", in alleanza con l'oligarchia fascista, fallirà, proprio come tutti i tentativi precedenti».

Poche, finora, le reazioni degli altri presidenti della regione dopo l’aggressione statunitense al Venezuela. Tra loro il presidente della Colombia Petro che ha richiesto un’immediata riunione delle Nazioni Unite. «La Colombia - scrive Petro sui suoi canali social - ribadisce il suo incrollabile impegno nei confronti dei principi sanciti dalla Carta delle Nazioni Unite, in particolare il rispetto della sovranità e dell'integrità territoriale degli Stati, il divieto dell'uso o della minaccia della forza e la risoluzione pacifica delle controversie internazionali. A tale riguardo, il governo colombiano respinge qualsiasi azione militare unilaterale che possa peggiorare la situazione o mettere in pericolo la popolazione civile […]. Che Bolívar protegga il popolo venezuelano e il popolo latinoamericano» conclude il post del Presidente colombiano. L'amministrazione statunitense invece ha rivendicato l'attacco solo dopo diverse ore di silenzio assoluto. Trump ha dichiarato inoltre che Maduro e la moglie sarebbero stati catturati e condotti fuori dal Paese.

L’attacco è avvenuto dopo mesi di propaganda e di provocazioni da parte degli Stati Uniti nella loro presunta lotta al narcotraffico. Negli ultimi mesi infatti sono state diverse le imbarcazioni venezuelana colpite dall’esercito statunitense nel mar dei Caraibi. Una lotta talmente sentita da parte del presidente Trump che lo ha portato nelle scorse settimane a concedere la grazia all’ex presidente hondureño Juan Orlando Hernandez, condannato per narcotraffico e corruzione.

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