I sondaggi prospettavano un testa a testa, con il presidente uscente Lula da Silva leggermente in vantaggio. Ma come sempre più spesso accade, la realtà irrompe brutalmente quando i voti escono dalle urne per essere contati facendo svanire nel nulla previsioni, sogni e speranze: Flavio Bolsonaro, figlio dell’ex presidente Jair, ha vinto il primo turno delle presidenziali e ora al ballottaggio del 25 ottobre è il favorito per conquistare Planalto.
I dati di queste elezioni presidenziali dicono che sono 125 milioni e 275 mila i brasiliani che domenica 4 ottobre si sono recati alle urne, pari al 78,92% degli aventi diritto, mentre 33 milioni hanno preferito astenersi. Basse invece le percentuali di voti in bianco e nulli, rispettivamente l’1,84% e il 2,93% (sommati sono poco meno di 6 milioni di voti).
Flavio Bolsonaro ha vinto dunque, un po’ inaspettatamente, il primo turno: per lui hanno votato 56 milioni e 104 mila persone che corrispondono al 47,03%. Per Lula da Silva invece hanno votato 53 milioni e 900 brasiliani, che corrispondono al 45,26%. Seguono con poco più di due milioni di voti a testa i candidati di area destra e centro Escritor Augusto Cury, Renan Santos e Ronaldo Caiado. Più indietro e con percentuali quasi insignificanti che non superano l’1% tutti gli altri candidati.
Ma è in Parlamento dove si è consumata la sconfitta più pesante del PT: qui il partito Liberale del clan Bolsonaro ha ottenuto 79 seggi ed è la forza politica principale. Subito dietro si attesta la coalizione di centro-destra Federação União Progressista con 76 mentre la coalizione che sostiene Lula 64 seggi. Al Senato, dove si rinnovavano solo i due terzi dei seggi (54 su 81 seggi totali), il PL ne ha conquistati 19 mentre il PT di Lula solo 6.
Entrambi i risultati delineano una situazione completamente favorevole a Bolsonaro, sia nel caso dovesse vincere il ballottaggio sia in caso di sua sconfitta. Per Lula il risultato uscito dalle urne è inaspettato ed è una lezione per la sinistra: «Il risultato inaspettato è una lezione per tutti noi. Ci dice che dobbiamo lavorare di più, parlare di più con le persone e capire meglio le loro esigenze. Vi confesso - ha continuato il presidente in carica - che ero convinto di vincere le elezioni al primo turno». Nonostante questo Lula guarda avanti ottimista e con un’energia invidiabile per un uomo della sua età: «Domani iniziamo una nuova campagna. Sono molto bravo nella fase a eliminazione diretta (i playoff). Vedremo adesso chi ha il piano migliore».
Forse la lezione più grande per la sinistra brasiliana, ma anche di quella continentale è che la speranza di fermare l’ascesa inarrestabile della destra estrema è stata affidata a un ottantenne, sicuramente carismatico e probabilmente anche tra tutti gli esponenti del progressismo latinoamericano quello che più di tutti è riuscito produrre cambiamenti reali per gli strati più deboli della popolazione. Se la guardiamo dal punto di vista simbolico, un’alternativa di un’epoca passata incapace, come ha ammesso lo stesso Lula, di capire bene le esigenze di una società in costante e radicale mutamento.
Ora lo sguardo è rivolto al prossimo 25 ottobre quando ogni supposizione sarà trasformata in realtà. La scommessa sarà non tanto capire dove confluiranno i 6 milioni di voti dei tre candidati usciti sconfitti (che peraltro hanno già annunciato l’imparzialità o di rimettersi alle decisioni dei propri partiti) ma quanto, dopo questa parziale sconfitta, Lula sarà in grado di raggiungere e convincere gli astenuti e difendere la democrazia del Paese e del continente ormai assediato dal fronte “trumpista”, al potere ormai in quasi tutta la regione latinoamericana.
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