All’indomani della grande mobilitazione per il dodicesimo anniversario della sparizione forzata dei 43 studenti di Ayotzinapa, il governo di Claudia Sheinbaum ha presentato il suo primo report sul caso. Sebbene la presidente abbia assicurato che il caso non si chiuderà fino a quando non si scoprirà la verità e la sorte degli studenti, le nuove linee di indagine hanno suscitato polemiche perché, ancora una volta, viene abbandonata la pista che porta al coinvolgimento diretto dell’esercito.
Quella del 26 settembre è stata una delle mobilitazioni per Ayotzinapa più grandi degli ultimi anni. Ottomila, forse addirittura diecimila persone hanno marciato nella capitale dall’Ángel de la Independencia fino allo Zócalo, passando per l’antimonumento +43 sul Paseo de la Reforma.
Un segnale questo di come, nonostante siano passati dodici anni, il caso degli studenti scomparsi sia ancora al centro del dibattito pubblico e delle mobilitazioni, non solo per la gravità di quanto successo, ma anche perché simbolo di una lotta, quella contro le sparizioni forzate, che è un problema vivo, impellente, dei familiari e di tutta la società messicana.
Secondo i dati ufficiali del Registro Nazionale delle persone scomparse e non localizzate (RNPDNO), infatti, sono oltre 132 mila i desaparecidos in Messico dal 1953. Sparizioni forzate che nemmeno l’avvento della "cuarta transformación" promossa da López Obrador e Claudia Sheinbaum (gli ultimi due presidenti) è riuscita ad arrestare.
Anzi, drammatici sono proprio i dati delle sparizioni forzate avvenute sotto questi due presidenti: durante il mandato di López Obrador, le persone scomparse forzatamente sono state oltre 55 mila, segnando il “record assoluto” per le sparizioni forzate avvenute durante un singolo mandato. Con Claudia Sheinbaum, presidente da due soli anni, il trend sembra non essere cambiato, con circa 40 persone di cui ogni giorno si perdono le tracce, per un totale di 14 mila e 700 denunce registrate fino al luglio 2025.
Per contrastare l’immagine di un governo incapace di far fronte all’emergenza, l’amministrazione Sheinbaum ha promosso una modifica del registro secondo il quale un cittadino ora viene conteggiato come desaparecido solo se esiste una formale e attiva cartella di indagine aperta. In pratica se lo Stato (che per definizione è partecipe attivo o passivo del crimine) si decide a indagare sé stesso.
E infatti, tale decisione è stata duramente contestata dalle madres buscadoras e dalle organizzazioni di difesa dei diritti umani che denunciano come questa misura promossa da Sheinbaum in realtà cancelli burocraticamente migliaia di vittime.
Sempre in tema di contestazioni, anche il primo report ufficiale del mandato di Claudia Sheinbaum non è stato accolto positivamente, nonostante in conferenza stampa la presidente abbia dichiarato che le indagini non saranno chiuse fino a quando non si giungerà alla verità e sarà fatta giustizia.
Il nuovo report apre quattro nuove linee investigative, prese senza interpellare in nessun modo i genitori e i loro avvocati. Si tratta dell’analisi delle comunicazioni, che ha portato a perquisizioni presso l’impresa di pompe funebri El Ángel e il Servizio di Medicina Legale di Iguala; la verifica delle apparecchiature telefoniche degli studenti; la verifica documentale dei fascicoli; e l’occultamento delle registrazioni video delle telecamere di sicurezza della Corte Superiore di Giustizia di Guerrero.
A richiamare l’attenzione tuttavia, non è solo l’apertura di nuove piste – cosa che peraltro da sempre i genitori vedono positivamente – ma la chiusura totale del governo verso quella già aperta e rimasta bloccata dalla rete di impunità che da dodici anni assedia il caso. Si tratta ovviamente della pista che porta al coinvolgimento dell’esercito durante la notte di Iguala.
Durante la mobilitazione del 26 settembre, i genitori hanno sollecitato nuovamente il governo a fare pressioni all’esercito affinché consegni gli 800 fogli d’intelligence richiesti dal GIEI già diversi anni fa e che l’istituzione militare si è sempre rifiutata di consegnare, arrivando perfino a negarne l’esistenza.
Il secondo punto che lascia insoddisfatti i genitori è la mancanza di volontà di far tornare il GIEI a lavorare sul caso. Come ha sottolineato l’avvocato Isidoro Vicario, sebbene il GIEI non esista più, almeno Carlos Beristain e Ángela Buitrago, che hanno lavorato nella parte finale dell’inchiesta, potrebbero tornare in Messico.
E a proposito di Ángela Buitrago, in un’intervista con Aristegui Noticias, ha sottolineato come l’indagine sulla scomparsa dei 43 studenti di Ayotzinapa «sta già portando all’assoluzione di diverse piste investigative in cui è evidente la presenza di responsabilità». Per Buitrago è importante che si dia priorità alle linee d’indagine rimaste in sospeso, come quelle sulle autorità, sull’intelligence militare e sulle torture.
Anche Amnistía Internacional ha espresso forte preoccupazione per la piega che stanno prendendo le indagini: «il nuovo report ritorna a centrare la narrativa sugli attori locali abbandonando questioni fondamentali sulla partecipazione degli organi di sicurezza nazionale nella sparizione forzata dei 43 studenti. Le indagini – prosegue il comunicato – devono considerare l’intera catena di comando, la partecipazione delle forze armate e della polizia così come le azioni degli agenti delle forze dell’ordine».
Soprattutto, tre governi e dodici anni dopo la tragica notte di Iguala, il nuovo report del governo ancora una volta non risponde alla più semplice e drammatica delle domande dei genitori: ¿Dónde están?
Foto di copertina: Red Universitaria Anticapitalista
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