Il Messico alle urne nel vortice della violenza


Quando nel 2018 López Obrador stravinse le elezioni presidenziali divenendo il primo presidente di sinistra della storia del Messico, dalle pagine di Global Project abbiamo commentato la sua elezione come il “trionfo della speranza”. Si, perché AMLO portava in dote proprio questo: la speranza che la violenza, divenuta strutturale con la dichiarazione di “guerra alla droga” pronunciata 12 anni prima dal presidente Felipe Calderon, finisse e che finalmente si potesse tornare a parlare del Paese per le sue “nuvole” e non per le sue tragedie. A distanza di sei anni, un’analisi sul suo operato non può che partire quindi da questo aspetto centrale: ha vinto la speranza, il desiderio di cambiamento e di fermare l’ondata di violenza, oppure la “quarta trasformazione”, tradendo le aspettative riposte, ha fatto prevalere la violenza?

Se osserviamo i dati ufficiali, la risposta è impietosa: il mandato di López Obrador è ufficialmente il più violento della storia recente messicana con oltre 180 mila omicidi dolosi, di cui oltre cinque mila catalogati come femminicidi ovvero con ragioni di genere. E la differenza coi predecessori non è poca: sempre secondo i dati ufficiali dello Stato, il mandato dell’ideatore della “guerra alla droga” Felipe Calderon ha prodotto “solo” 120 mila omicidi dolosi mentre quello del suo successore, Enrique Peña Nieto 150 mila. A crescere è anche il numero dei desaparecidos: nel mandato di López Obrador sono scomparse forzatamente quasi 50 mila persone (su questo tema ci torneremo più avanti), un numero drammaticamente alto che rappresenta, anche in questo caso, il mandato presidenziale più grave. Nei due mandati precedenti, invece, le sparizioni forzate sono state inferiori: 26 mila circa con Felipe Calderón, 34 mila con Enrique Peña Nieto.

La commistione fra Stato e criminalità organizzata, in tutti e tre i livelli, ha reso evidente che nonostante il cambio epocale (il primo presidente di “sinistra” della storia), il Messico non si governa senza i narcos. Inoltre, con il passare degli anni Morena ha finito per essere “contagiata” dal mal governo accettando di candidare personaggi ambigui appartenenti in passato al PRI. L’aumento della violenza è anche figlio del cambio degli equilibri fra i cartelli: Sinaloa sta perdendo l'egemonia a vantaggio del cartello Jalisco Nueva Generación che sta cercando di strappargli tutti territori strategici, Chiapas compreso. La guerra per il controllo dei territori ha coinvolto anche i vari corpi di polizia che spesso sono controllati almeno in parte da uno o dall’altro cartello. La violenza non ha risparmiato nemmeno i candidati alle varie cariche istituzionali per le prossime elezioni: secondo il The New York Times almeno 36 persone che aspiravano a una carica pubblica sono state assassinate nell’ultimo anno. Una spirale di violenza che ha colpito ovviamente anche le famiglie dei candidati tanto che un migliaio di essi ha infine rinunciato alla candidatura per gli alti rischi che questo comporta.

Naturalmente non si può giudicare il mandato di López Obrador solo dai dati, seppur gravissimi, in merito alla violenza che sta attraversando il Paese, anche perché sarebbe un’utopia pensare che basti cambiare un Presidente per risolvere un problema divenuto strutturale, che si è annidato nelle viscere dello Stato, rendendo spesso indistinguibili le responsabilità istituzionali da quelle legate ai gruppi criminali. Ci sono però molti altri aspetti negativi, primo tra tutti quello simbolico relativo al caso Ayotzinapa.

In campagna elettorale López Obrador aveva promesso ai genitori che ci sarebbe stato il castigo dei responsabili e soprattutto che avrebbe scoperto la verità sul destino dei 43 studenti. Per fare questo, fin dall’inizio del suo mandato, ha sostituito la vecchia e corrotta PGR (Procura General de la República) con la FGR (Fiscalía General de la República), costituito la COVAJ (Comisión para la Verdad y Acceso a la Justicia del caso Ayotzinapa) e nominato come giudice del caso Omar Gomez Trejo, esperto in diritti umani, un cambiamento che però alla lunga si è rivelato essere un semplice maquillage più che un vero e proprio repulisti della corrotta istituzione giudiziaria. Infatti, i nodi sono arrivati al pettine quando le inchieste del GIEI si sono scontrate nel muro d’impunità che protegge l’esercito messicano, tra i responsabili della sparizione forzata degli studenti normalisti. Arrivato alle porte delle caserme, il GIEI è stato costretto a fermarsi e ad abbandonare il caso e il Paese per la seconda volta perché non gli è stato concesso di proseguire le indagini all’interno delle sedi militari dove, sostengono gli inquirenti indipendenti, sono tenuti nascosti più di 800 carteggi con informazioni verosimilmente importanti per risolvere il caso. Per lo stesso motivo il giudice Omar Gomez Trejo ha abbandonato il caso lasciando il posto a un giudice senza nessuna esperienza in casi riguardanti le violazioni dei diritti umani e nominato dall’alto senza consultarsi coi genitori.

Da questo punto in poi, l’atteggiamento del Governo e dello stesso López Obrador nei confronti dei genitori degli studenti, degli avvocati e delle organizzazioni di difesa dei diritti umani che li sostengono è cambiato radicalmente. È iniziata infatti una fase di criminalizzazione del GIEI, del Centro Prodh e degli avvocati e il tentativo di dividere subdolamente il comitato dei genitori, che nell’ultimo anno ha perso completamente la fiducia nel governo, quest’ultimo inamovibile nel tenere chiuse le porte delle caserme dove sono contenute le informazioni necessarie al ritrovamento dei giovani.

Il rapporto con l’esercito e le forze armate è senz’altro al centro delle critiche che vengono rivolte a López Obrador. Durante il suo mandato infatti l’influenza e il potere dell’esercito nella vita politica messicana è cresciuto tantissimo grazie alle concessioni fatte dal Presidente. Di cosa stiamo parlando? Innanzitutto della progressiva militarizzazione dei territorio, in particolare nelle zone strategiche del Paese, come ad esempio il Chiapas, terra di passaggio per migliaia di migranti ma soprattutto terra dello zapatismo. Nonostante la massiccia presenza della Guardia Nacional nel territorio, le aggressioni alle comunità zapatiste e non solo, da parte di gruppi paramilitari e della stessa Guardia Nacional, sono aumentate drasticamente, tanto che il Chiapas è passato dall’essere una tranquilla zona turistica a regione centrale nella disputa del territorio tra i gruppi criminali, con sparatorie, assalti e atti di violenza che quotidianamente colpiscono anche il centro storico di città turistiche come San Cristóbal de las Casas.

All’esercito López Obrador ha poi concesso di entrare con forza e potere nella sfera civile e politica, regalando la gestione e la costruzione delle grandi opere, in particolare del mal chiamato Tren Maya che tanti e gravissimi danni sta provocando, in particolare nello Yucatán, al sistema dei cenotes, avvelenando le acque sotterranee e mettendone a rischio la stessa esistenza a causa delle perforazioni nel terreno necessarie a sostenere le strutture delle rotaie. A titolo di esempio, proprio in questi giorni, un interessante reportage di Orsetta Bellani, racconta come l’esercito la faccia da padrone e stia costruendo un hotel nella Riserva della Biosfera di Calakmul senza autorizzazioni e nascondendolo perfino all’Unesco.

Un modus operandi che è alla base delle grandi opere in Messico: dapprima “approvate” dalla popolazione con false consulte popolari alle quali hanno partecipato una minoranza degli abitanti delle zone interessate e in seguito imposte con la forza, con l’inganno e con punti oscuri per quanto riguarda le autorizzazioni ambientali. E nemmeno i giudici che hanno bloccato i lavori per l’assenza di documentazione corretta, in particolare per quanto riguarda il “tramo 5” del Tren Maya, sono stati capaci di fermare le grandi opere di López Obrador che d’altra parte aveva promesso che le avrebbe portate a termine ad ogni costo. Chi si è opposto, come Samir Flores Soberanes, è stato ucciso in circostanze “non chiare” subendo successivamente pure la criminalizzazione del Presidente. Moltissimi sono gli attivisti e le comunità in resistenza che in questi anni sono stati perseguiti e criminalizzati dal Governo per difendere la propria terra dai progetti estrattivisti.

A proposito di criminalizzazione e stigmatizzazione della protesta, in questi sei anni, López Obrador ha dato davvero il peggio di quanto uno potesse aspettarsi: detto di Ayotzinapa e della criminalizzazione dei genitori, degli avvocati e delle organizzazione di difesa dei diritti umani, nessuna opposizione è uscita indenne al suo giudizio, sparato con arroganza dal pulpito della mañanera (la quotidiana conferenza stampa mattutina) e senza possibilità concreta di un confronto o un contradditorio. Gli zapatisti sono dei conservatori e salinisti perché si oppongono al progresso e alla trasformazione (dall’alto) della società messicana promosso da AMLO; conservatrici e violente sono anche le femministe che protestano contro i tantissimi femminicidi e il machismo imperante nella società messicana.

Dei migranti non ne parliamo: in questi sei anni l’unico obiettivo del Presidente, è stato quello di compiacere il vicino del nord, cercando di contenere in ogni modo il flusso inarrestabile di migranti dal sud del continente verso gli Stati Uniti. La frontiera nord si è quindi trasferita al sud, nel Chiapas, dove la Guardia Nacional e l’Instituto Nacional de Migración l’hanno fatta da padroni, impedendo il libero transito dei migranti e rallentando e ostacolando in tutti i modi il rilascio dei documenti. In questi sei anni i migranti in transito hanno subito tantissime vessazioni da parte delle autorità, sono stati più volte ingannati, aggrediti e cacciati come criminali, rinchiusi nei centri di detenzione o rimpatriati anche nelle zone pericolose dalle quali provenivano e dalle quali erano scappati per timore di perdere la vita. Una repressione che non si era vista nemmeno con i governi precedenti di destra e che ha senz’altro favorito la tratta di esseri umani gestita non solo dai gruppi criminali ma anche dagli stessi membri delle istituzioni.

Incredibilmente non sono mancate le critiche nemmeno alle “madres buscadoras” e alle organizzazioni che cercano gli oltre cento mila desaparecidos in lungo e in largo nel Paese. Qui López Obrador ha toccato uno dei punti più bassi non solo a livello politico ma anche a livello umano: nel presentare i dati del censimento sui desaparecidos, il presidente ha provato a farli “sparire”, manomettendo e interpretando i dati, facendo credere che la sua amministrazione avesse risolto in parte anche questo problema. L’indignazione è stata generale tanto che proprio di recente le organizzazioni che cercano i desaparecidos hanno lanciato la campagna “Vota por los desaparecidos”, con l’obiettivo di dare visibilità alla crisi delle sparizioni forzate nel Paese, un tema che è stato oscurato durante la campagna elettorale.

Affrontando il tema della stigmatizzazione e della criminalizzazione delle voci del dissenso, non può non essere messo in risalto anche un altro dato, drammatico: si tratta dei 37 giornalisti uccisi e 5 spariti durante il suo mandato. Seppure in controtendenza rispetto ai governi precedenti, è un dato gravissimo, drammatico appunto, che pone il Messico come uno dei Paesi dove è più pericoloso fare il giornalista. «López Obrador si avvicina alla fine del suo mandato lasciando dietro di sé un bilancio drammatico, frutto della normalizzazione della violenza contro i giornalisti. Non ha dato priorità alla loro protezione e ha permesso che prosperi la spirale di violenza contro la stampa», ha denunciato Reporteros Sin Fronteras.

Per tutti questi motivi e visto con gli occhi di chi dal basso cerca di costruire un Messico più giusto e aspiri alla verità e alla giustizia per le tante vittime della violenza, il bilancio del mandato di López Obrador è senz’altro negativo: AMLO ha tradito le speranze di rinnovamento e cambiamento ed è inoltre riuscito nell’impresa di realizzare progetti e sogni della destra messicana ricevendo gli applausi dalla sinistra, messicana e non solo. Durante il mandato di AMLO – ha denunciato recentemente l’Asamblea Nacional por el Agua y la Vida - «è aumentata la militarizzazione nei confronti dei popoli e delle comunità indigene, soprattutto in territorio zapatista», così come le sparizioni forzate, gli sgomberi per far posto alle grandi opere, le detenzioni di migranti e la criminalizzazione di «quanti non la pensano come lui». E allora ad “illuminarci” vengono in mente le parole come sempre sagge e lungimiranti degli zapatisti pronunciate nel 2018 a commento della vittoria elettorale di López Obrador: «potranno cambiare i capoccia, i maggiordomi e i caporali, ma il proprietario continua a essere lo stesso». Il sistema capitalista.

Ora alle porte si apre una nuova fase: a contendersi la poltrona presidenziale per la prima volta nella storia messicana ci saranno due donne, Claudia Sheinbaum, già sindaco di Città del Messico, per la coalizione guidata da Morena e l’indipendente Xochitl Gálvez sostenuta dai partiti conservatori tradizionali, PRI, PAN, PRD. Nonostante un leggero calo nelle ultime settimane, Sheinbaum sembra essere ancora in vantaggio e la probabile vincitrice della contesa elettorale. Tuttavia, una sua vittoria difficilmente potrà rappresentare qualcosa di storico, al di là del simbolico quale prima donna a diventare Presidente del Paese, e questo per il naturale filo conduttore che la lega al suo predecessore. Il rischio semmai, continuando su questo percorso, è quello di far morire anche la ormai flebile speranza dei messicani di veder la fine del tunnel della violenza in cui sono entrati ormai da diciotto anni.

Pubblicato in Global Project
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