Venezia è antifascista, ai nostri posti ci troverete


“Vinciamo noi”, scriveva qualche giorno fa sui social l’influencer fascista Carabella dopo che nella notte le squadracce del Veneto Fronte Skinhead avevano imbrattato il parco Piraghetto con scritte inneggianti all’odio ed esposto un infame striscione razzista sulla ringhiera della scuola Giulio Cesare, nota per accogliere al suo interno una maggioranza di studenti con background migratorio.

Ed è proprio da qui che voglio partire per raccontare invece di una giornata importante per la città, una giornata che ha visto la cittadinanza ritornare nelle strade in massa per rivendicare la città accogliente, antifascista, che non ha paura dei problemi e che vuole invece affrontarli per risolverli.

La scuola Giulio Cesare dicevo. Situata nel “cuore” di quella che è considerata una zona problematica in città, tra via Piave e via Cappuccina (con un plesso anche nella vicina via Kolbe a qualche centinaio di metri), è un istituto comprensivo che conta due scuole d’infanzia, due scuole primarie e una scuola secondaria di primo grado.

Nelle ultime settimane, complice anche una spietata campagna d’odio de Il Gazzettino, l’istituto comprensivo è stato al centro delle polemiche perché la maggioranza degli studenti in tutti i gradi della scuola è di origine straniera. In molte classi addirittura non risultano iscritti alunni italiani.

Un problema in primis per gli stessi studenti che faranno certamente più fatica ad integrarsi e ad apprendere e per i docenti che si trovano ad affrontare una situazione estremamente difficile senza poter contare su nessun tipo di aiuto da parte delle istituzioni locali e nazionali. Tuttavia, un problema che non può essere assolutamente da imputare agli stessi studenti – a dei bambini – o docenti che vivono quella situazione.

Scriveva un amico su facebook qualche giorno fa: «Io ci lavoro al Piraghetto. Davanti. Finisco anche tardi alla sera, le strade sono buie, intricate. A pochi passi l'inferno dell'eroina, giovani, italiani, con la morte ormai disegnata in faccia, quelli che scippano gli anziani, rubano quello che possono, cose da poco, perché ormai la roba costa poco […].

Ormai è risaputo, il mio quartiere ha la più alta percentuale di cittadini del Bangladesh d'Italia. Trovo loro, ovunque. Tutti con il cellulare in mano, funzione video chiamata. Il fuso orario. Chiamano casa, famiglia, morose, genitori o amici. Passano ore al telefono e ci sono solo loro per strada. Ha provato l'eroina ad impossessarsi del parco, varie volte. Se non ci fossero almeno loro per strada, con annessi svariati passaggi delle forze dell'ordine, sarebbe terra di nessuno […].

Gli eroi che questa notte, con il buio come i topi, hanno scritto no Islam Italia al centro della piazzetta credendo di mandare un messaggio di rivalsa culturale di appartenenza forse dovrebbero ringraziarli. Altrimenti avrebbero scritto no eroina».

Eppure, per i fascisti del Veneto Fronte Skinheads che nella notte tra giovedì e venerdì hanno appeso un infame striscione fascista fuori dalla scuola, il problema sono proprio quei bambini, colpevoli di “emarginare” i figli dei patrioti italici, costretti a scappare in altri istituti, dove il nero della loro pelle non rovina la vista a lor signori!

Come se fosse colpa di quei bambini se in classe non hanno compagni italiani, come se andare a scuola fosse una colpa e non invece un importante strumento proprio per quell’integrazione che usano come strumento per negare diritti e nascondere il razzismo di cui sono impregnati.

La vicenda dello striscione è solo uno dei tanti episodi di propaganda razzista e squadrismo fascista che si sono susseguiti in città nelle ultime settimane. La tensione è cresciuta a seguito della polemica sulla costruzione della nuova moschea in via Giustizia a Mestre, bloccata dal sindaco perché, a suo dire, prima ci deve essere integrazione vera. Quella stessa che lui, la sua giunta e quella del suo predecessore di cui faceva parte, ha cercato in ogni modo di negare.

In questo clima si è inserito l’influencer fascista Carabella che una decina di giorni fa si è presentato al parco Piraghetto durante una preghiera della comunità musulmana provocando e insultando i presenti che stavano pregando.

Ancora qualche giorno ed è stata la volta di un altro influencer nero “antidegrado” – tale Jolly Time – che, accompagnato da altri influencer picchiatori fascisti, provenienti dal nord Europa, ha aggredito un gruppo di compagne e compagni del Laboratorio Morion e di Alleanza Verdi e Sinistra in pieno giorno e in mezzo alla gente che percorreva le calli veneziane.

Ancora una volta l’episodio squadrista non ha meritato nemmeno un misero post sui social da parte del sindaco, solitamente molto attivo sui suoi canali, ma è stata invece la classica goccia che ha fatto traboccare il vaso. Il Morion e decine di organizzazioni e associazioni di base della città hanno lanciato per sabato 19 una manifestazione per ribadire un concetto essenziale: Venezia è antifascista!

«Di fronte a questi vili e miseri attacchi – scrive in una nota sui social il Morion – l'unica reazione possibile è ribadire che questa città non ha nessun bisogno di messaggi d'odio e violenza. Con le vostre provocazioni notturne, le vostre aggressioni e i vostri contenuti violenti, alimentati dai discorsi politici della destra dilagante e della stessa amministrazione comunale, i veri problemi di questa città non si risolvono. Anzi, se ne aggiungono di altri: sta rottura di coglioni dei fascisti. Questa città non vi vuole, Venezia è e sarà sempre antifascista».

È in questo clima che siamo arrivati alla manifestazione di sabato 19 a Venezia. Sul piazzale della stazione di Santa Lucia, almeno quattro mila persone si sono radunate per ridare dignità all’immagine di una città sfregiata dai raid fascisti e svenduta da un’amministrazione complice del degrado che i cittadini stanno vivendo.

È proprio su questo punto che i primi interventi dal megafono battono il tasto, sulla connessione sempre più preoccupante tra gli influencer di estrema destra e la politica, sull’onda nera che attraversa non solo la città di Venezia ma l’intero pianeta e che attraverso l’odio che propagano e la violenza verso le minoranze e i più deboli che praticano rendono le nostre città più insicure e invivibili: «Dove c’è l’odio arrivano i fascisti. Noi invece risponderemo dicendo che qua ci sono gli antifascisti, c’erano qua prima e continueranno ad esserci.

Non si parla solo di clima cittadino – continua dal megafono l’attivista del Morion – si parla di un clima generale che permette di venire qui e portare un clima d’odio. Lo stesso clima d’odio che permette di dire che non esistono i femminicidi, che permette di dire che la Fondazione Giulia Cecchettin non deve entrare nelle scuole, è lo stesso clima d’odio che perquisisce e indaga dei medici semplicemente perché hanno detto che delle persone non possono entrare nei CPR perché i CPR non dovrebbero esistere. È lo stesso clima d’odio che permette il genocidio in Palestina».

La manifestazione è poi giunta in campo San Bortolo teatro dell’aggressione fascista della settimana scorsa: «Torniamo in questo campo e ce lo riprendiamo perché siamo la città che resiste». A ribadire che potranno esserci dei raid squadristi, dei blitz protetti dalle tenebre, la connivenza di politici e dei media, ma la città di Venezia continuerà a respingere il fascismo: «Oggi Venezia è antifascista e continuerà ad esserlo, non c’è spazio per il fascismo in questa città e in tutte le strade che noi percorriamo».

Il corteo si è concluso in campo dell'Erbaria ai piedi del ponte di Rialto dove tra musica, cori e torce sono continuati gli interventi al microfono: «Voi fascisti siete l'odio che cresce. Noi abbiamo dimostrato che non abbiamo paura. Perché siamo la risposta popolare e viva che si organizza, dal basso, con ogni mezzo necessario».

Venezia è antifascista e ai nostri posti ci troverete, ora e sempre. Alla faccia di quell’influencer fascista che pensava di aver vinto.

Foto di copertina: instagram Laboratorio Morion
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