Testo di Christian Peverieri e Andrea Mazzocco.
Quello che tutti temevano si è avverato: José Antonio Kast, esponente del Partido Republicano de Chile di estrema destra è il nuovo presidente del Cile per il periodo 2026-2030. Al ballottaggio ha avuto ampiamente la meglio della candidata del Partito Comunista e della coalizione progressista Unidad por Chile, Jeannette Jara. Kast succede al presidente progressista Gabriel Boric.
I risultati usciti dalle urne non ammettono dubbi: il nuovo presidente ha ottenuto il 58,16% delle preferenze, contro il 41,84% della candidata progressista Jeannette Jara. In termini numerici, Kast ha conquistato 7 milioni e 254 mila voti contro i 5 milioni e 217 mila di Jara. Kast ha raddoppiato ampiamente i voti conquistati al primo turno, a dimostrazione che è riuscito a convogliare sulla sua candidatura i voti degli altri esponenti della destra cilena usciti sconfitti al primo turno, Johannes Kaiser ed Evelyn Matthei, nonché quelli dell’outsider Franco Parisi.
La vittoria di Kast è un brusco risveglio per il Cile intero che vede riemergere così i fantasmi del generale Pinochet ed è la sconfitta finale per la stagione di lotta apertasi con l’estallido social del 2019, che ha portato alla presidenza l’ex dirigente studentesco Gabriel Boric e il tentativo, naufragato, di modificare la Costituzione della dittatura. Un colpo che pone fine alle speranze, almeno nel medio periodo, di costruire un Cile capace di chiudere definitivamente con il periodo più oscuro della sua storia.
José Antonio Kast, avvocato cinquantanovenne nato nella capitale Santiago de Chile, è figlio dell’ex ufficiale nazista della Werhmarcht Michael Kast, rifugiatosi in Cile al termine del secondo conflitto mondiale. Se le origini non si scelgono, la sua traiettoria politica non lascia spazio a dubbi: nel 1988 si spese nella campagna referendaria per la continuità di Augusto Pinochet ed è stato membro e segretario generale dell’UDI, partito conservatore con idee liberiste e cristiano-conservatrici, prima di candidarsi presidente come indipendente nel 2017 e in seguito di fondare il Partito Republicano de Chile, con il quale domenica 14 dicembre ha vinto le elezioni al terzo tentativo.
La vittoria di Kast è anche e soprattutto la sconfitta della sinistra istituzionale cilena e il fallimento finale del governo di Boric e della sua linea moderata. Nel 2019 Boric fu tra i promotori del dialogo con il governo del defunto Piñera mentre in Plaza de la Dignidad infuriava l’estallido socialche avrebbe potuto anche portare alla caduta del presidente. La sua linea da “pompiere” dell’infuocata piazza cilena di quei giorni ha portato sì alla convocazione dell’Assemblea Costituente e, cavalcando l’onda lunga della rivolta, alla sua elezione a presidente nel 2020 sconfiggendo proprio Kast, ma da lì in poi sono arrivate solo sconfitte elettorali per l’ex dirigente studentesco, probabilmente anche per la linea poco chiara attuata dopo la sua elezione.
Nonostante le premesse che lo hanno portato alla presidenza, il Cile di Boric non ha dimostrato una chiusura netta rispetto alle politiche repressive in atto nel Paese, né ha dato giustizia alla numerosissime vittime degli abusi di polizia durante le proteste di piazza fra il 2019 e il 2020. La continuità rispetto al governo Piñera si è vista anche nella sua postura rispetto alle comunità Mapuche, contro cui ha proseguito sulla linea di repressione e militarizzazione, in particolare modo in Araucanía. Anche a livello economico il Cile di Boric ha proseguito a pieno nel solco neoliberale senza fermare l’estrattivismo e lo sfruttamento dei territori.
Il naufragio della nuova Costituzione, che Boric (nonostante l’esposizione mediatica dovuta al suo ruolo) non ha saputo difendere dalle accuse di essere troppo “radicale” a sinistra, ed ora la riconsegna nelle mani di un pinochetista convinto delle sorti del Paese sono senz’altro gli eventi simbolo con cui verrà ricordata la presidenza di Boric. Di fronte a un panorama internazionale “nero” e ai fallimenti del governo moderato in carica nulla ha potuto la candidata del Partito Comunista Cileno Jeannette Jara. Proprio il Partito Comunista, fra mille contraddizioni, è stato l’unico componente della coalizione di governo a cercare di mantenere la linea tracciata dalle contestazioni di piazza, e probabilmente per questo la sua candidata ha vinto le primarie di coalizione lo scorso giugno. Ciò però non è bastato a fermare la disillusione per un cambiamento che sembrava a portata di mano, ma ha finito poi per essere tradito.
Alla notizia della vittoria di Kast, violenti scontri sono scoppiati nella capitale Santiago de Chile con i carabineros che hanno represso duramente i contestatori. La prima protesta contro il nuovo presidente è avvenuta soltanto pochi minuti dopo la sua elezione e, forse, triste presagio di ciò che aspetta il Cile nei prossimi quattro anni.
Pubblicato in Global Project
