El Salvador, il “metodo Bukele” al bivio: calcolo elettorale o ammissione di colpa?

Nei giorni scorsi, a quattro mesi dalle elezioni, il presidente di El Salvador Nayib Bukele ha annunciato a sorpresa l’intenzione del suo governo di liberare la metà delle persone incarcerate durante il regime di eccezione istituito, nel 2022 per far fronte all’estrema insicurezza nel Paese.

La misura al vaglio del governo riguarderebbe circa la metà della popolazione carceraria, arrestata con l’accusa di aver collaborato con le pandillas: «Sì, stiamo valutando i casi – ha annunciato il presidente in conferenza stampa – per offrire un rilascio anticipato e condizionato a un gran numero di detenuti colpevoli, che meritano di essere in prigione, ma nelle condizioni particolari in cui ha vissuto il nostro paese, forse si può fare un'eccezione per un gran numero di loro».

È la prima volta che Bukele riconosce implicitamente che il legame tra migliaia di detenuti e le bande criminali era quello di vittime e carnefici, con migliaia di salvadoregni costretti a collaborare ai crimini per salvarsi la vita: «Veniamo da un paese dove collaborare con le gang non era così insolito. E se dovessimo catturare tutti coloro che hanno collaborato con le gang, dovremmo arrestare il 20% della popolazione», ha dichiarato il Presidente.

I numeri della “guerra alle pandillas” restano drammatici. Secondo una stima dell’ONG Socorro Jurídico Humanitario, nelle carceri salvadoregne ci sarebbero circa 92 mila persone, molte delle quali accusate senza prove di far parte delle numerose pandillas che infestano il paese. L’organizzazione sottolinea come l’abuso degli arresti arbitrari metta a rischio l’accesso alla giustizia, la presunzione di innocenza, il diritto a un giusto processo e il diritto alla difesa. In 55 mesi di regime d’eccezione, sono 570 le persone morte o private del diritto alla salute all'interno delle strutture penitenziarie prima ancora di subire un processo; di queste, il 94% non presentava un profilo legato alla criminalità organizzata.

Per Ingrid Escobar, avvocata del Socorro intervistata da EFE, il presidente starebbe accettando «l’incapacità istituzionale che esiste nel nostro paese riguardo alle detenzioni di massa dei salvadoregni». Dello stesso avviso anche Abraham Ábrego, direttore dell’organizzazione umanitaria Cristosal: «Per anni, le organizzazioni per i diritti umani hanno insistito affinché i casi di persone innocenti detenute fossero esaminati. Ecco perché hanno attaccato il nostro lavoro. Oggi l'Esecutivo ammette il suo errore in modo velato, ma con un linguaggio confuso». Ábrego ha poi sottolineato che il presidente «non parla di innocenti, ma di “collaboratori di gang”, per evitare di nominare gli innocenti che lui stesso in precedenza aveva definito “margine di errore” e che ha detto, senza prove, fossero circa ottomila».

La dichiarazione del Presidente ha suscitato la forte preoccupazione anche di Samuel Ramírez del MOVIR (Movimiento de Víctimas del Régimen de Excepción): «l’annuncio del presidente sembra contraddittorio, mesi fa diceva che erano le organizzazioni a difendere i diritti delle gang ora sembra che sia lui. Noi come MOVIR sosteniamo che continuiamo a difendere l'innocenza delle persone, di coloro che sono stati catturati senza alcun legame con le gang, senza collaborare con le gang, che abbiamo tutta la documentazione, il lavoro, lo studio, le radici familiari, che dimostrano quell'innocenza. Vogliamo che quelle persone abbiano la loro libertà al primo posto».

Ramírez si dice sorpreso della mossa di Bukele: «Non ci credevo, perché Bukele non aveva mai parlato dello stato di emergenza. Penso che questo non sia all'ordine del giorno del presidente, ma è una questione che lui sta gestendo da tempo, perché penso che la pressione internazionale, la violazione dei diritti umani, la nostra pressione per smantellare quella narrazione con prove, sta già avendo un effetto sul governo. Tuttavia, è anche in una campagna elettorale, e Bukele ha un doppio discorso. Oggi dice una cosa, domani ne dice un'altra».

«Credo – conclude Ramírez – che il piano che Bukele sta per elaborare richieda che lo rivediamo come vittime e includiamo tutti i parenti. Ad esempio, anche di coloro che sono morti in prigione. Che fine hanno fatto così tante vittime? Quali sono le cause di quelle morti? E deve esserci anche una riparazione economica per la famiglia […]. Quindi, vogliamo dire a Bukele che gli presenteremo una proposta che include tutte queste varianti, e speriamo che non sia davvero una proposta demagogica per la campagna elettorale».

Resta da capire se l’annuncio dell’autoproclamato “dittatore più figo del mondo mondiale”, rappresenti davvero l’inizio di una nuova tappa del famigerato “metodo Bukele”, dopo quasi cinque anni caratterizzati da un rigido regime di eccezione, arresti arbitrari e gravissime denunce di violazioni dei diritti umani da parte delle organizzazioni nazionali e internazionali.

A questo link della testata in "esilio" El Faro, le testimonianze dei sopravvissuti alle carceri del regime.

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