Sorpresa al primo turno delle elezioni presidenziali in Colombia che si sono svolte domenica 31 maggio: nonostante i sondaggi lo dessero indietro, Abelardo de la Espriella candidato “trumpiano” di estrema destra del movimento Defensores de la Patria ha vinto il primo turno, superando Iván Cepeda, candidato del Pacto Histórico ed “erede” politico del presidente uscente Gustavo Petro. I due candidati si sfideranno dunque al ballottaggio del prossimo 21 giugno.
De la Espriella ha ottenuto il 43,75% delle preferenze che corrispondono a circa dieci milioni e 360 mila voti, mentre Iván Cepeda si è fermato al 40,9% con poco meno di nove milioni e settecento mila voti. Molto più indietro è finito il Centro Democratico: l’uribismo (la corrente politica anch’essa di destra guidata dall’ex presidente Álvaro Uribe), questa volta guidata da Paloma Valencia ha preso solamente il 6,92% e circa un milione e settecento mila voti. Al quarto posto è arrivato l’ex sindaco di Medellín Sergio Fajardo con il 4,26% e poco più di un milione di voti. Infine, il dato sull’affluenza: nonostante sia stata bassa, solo il 57,88% degli aventi diritto si sono recati alle urne, è comunque più alta delle precedenti elezioni che avevano visto trionfare Gustavo Petro.
I risultati hanno dunque sorpreso in molti dato che il candidato del Pacto Histórico era dato in netto vantaggio e addirittura possibile vincitore al primo turno. Il portale informativo del Centro Oriente Trochando Sin Fronteras parla di risultati che lasciano «un bilancio agrodolce per la sinistra progressista, che sembra avere i giorni contati nella casa di Nariño […]. I risultati - prosegue l’editoriale - possono essere letti come un tremendo addebito per il “populismo nano” su cui hanno inseguito la loro promozione politica come progetto; e anche, un tremendo messaggio all'immobilità burocratica a cui hanno ridotto l'azione politica trasformativa, anche la stessa azione riformista in cui hanno sussunto settori importanti del movimento sociale che difficilmente potevano portare oltre la cultura corporativista ed economicista delle loro organizzazioni, lasciando da parte l'importante lavoro organizzativo e di gestione delle forze popolari e proletarie». Tuttavia, non è corretto parlare di disfatta totale per Iván Cepeda: i suoi quasi dieci milioni di voti sono comunque il dato più alto in assoluto ottenuto da un candidato progressista alle elezioni presidenziali, addirittura oltre un milione in più di quanto conseguito dall’attuale presidente Gustavo Petro quattro anni fa.
Se guardiamo alla destra, l’ascesa della figura di Abelardo de la Espriella ha fatto superare la crisi alla destra colombiana: l’uribismo rappresentava una destra radicale classica, fondata sul neoliberalismo classico, sull’alleanza con gli Stati Uniti e la militarizzazione dei territori. La nuova destra di de la Espriella è invece una destra che sta al passo coi tempi, più aggressiva, stile Trump - che infatti si è subito apprestato a dargli appoggio incondizionato - una destra culturalmente violenta e contro i diritti che promette, attraverso l’uso esclusivo della violenza una restaurazione “democratica” contro il pericolo del comunismo. Una sua, purtroppo probabile, vittoria avrebbe ripercussioni non solo interne ma anche sull’intero continente, andando a rafforzare la linea autoritaria dei vari Milei, Bukele, Noboa.
Il racconto dei media di una tornata elettorale polarizzata è contestata dall’attivista Jonathan Camargo: «il fatto che stiamo scegliendo tra due estremi è una favola. Abelardo è sì un estremo, un estremo mafioso, violento, criminale e distruttivo. Un estremo di ignoranza, fanatismo e odio contro i popoli e la vita. Cepeda [invece] non è nessun estremo, ma qualcuno di misurato, democratico, conciliatore e costruttore di dialoghi. Chiaro che se si comparano c’è una differenza estrema perché di fronte a un contesto tanto conservatore e reazionario, qualsiasi democratico sembra rivoluzionario».
Sul futuro ballottaggio, de la Espriella sembra chiaramente in vantaggio, potendo già contare sull’appoggio dell’uribismo ma la battaglia è ancora aperta. La via per ribaltare il risultato è una via che parte dal basso: «Chiaro che bisogna fare tutti gli sforzi possibili per vincere la seconda tornata – scrive ancora Jonathan Camargo sui social - e chiaro che bisogna fare una campagna di massa per superare i falsi voti della destra e frenare il fascismo. Ma, come sempre, bisogna rafforzare e promuovere le esperienze di prima linea, guardie contadine, guardie indigene, ollas comunitarias, brigate mediche, mezzi di comunicazione alternativi e lotta di strada, perché di fronte all’avanzata di Abelardo e della sua mafia, quello che ci aspetta è l’intensificarsi della lotta di classe e la guerra contro il capitale».
Come scrive l’editoriale di Trochando Sin Fronteras, «la sfida non è solo vincere le elezioni: è dimostrare che il progressismo ha imparato la lezione ed è disposto a organizzare dal basso, con coesione di classe, ciò che finora ha solo finto di fare dall’alto».