Le vene riaperte dell'America Latina


Il fallimento dei governi progressisti nel continente latinoamericano ha spianato il terreno alla restaurazione neoliberista ed ora, dopo la vittoria elettorale di Bolsonaro in Brasile e soprattutto dopo il tentativo di colpo di stato in Venezuela delle ultime settimane si può dire che si è aperta una nuova fase reazionaria. Quanto sta accadendo in questi mesi non è tuttavia una questione solo regionale ma una diretta conseguenza della ridefinizione degli assetti geopolitici globali e dei rapporti di forza tra le potenze mondiali, storiche ed emergenti. 

La crisi dell'impero e l'ascesa della Cina.
Per comprendere bene gli eventi politici che si stanno manifestando nel continente, dobbiamo perciò partire dall’analizzare brevemente quanto sta avvenendo nel resto del mondo, con particolare attenzione al ruolo degli Stati Uniti.

L’egemonia statunitense è in grossa crisi: in Asia, con l’ascesa irresistibile della Cina a livello economico e i lunghi negoziati con la piccola Corea del Nord a livello politico, in Medio Oriente con l’incapacità di risolvere il dramma siriano, gli Stati Uniti non sono più in grado di dettare legge ma anzi, sono sempre più spesso costretti a trattare, a mediare, a scendere a compromessi, nonostante le boutade e le continue provocazioni del presidente Trump. L’annuncio del ritiro dalla Siria, come tutte le scelte “protezioniste” dell’amministrazione Trump, infatti, vanno in questo senso e ne attestano le difficoltà politiche ed economiche.

Non solo, a questo va aggiunta l’inarrestabile avanzata della Cina nel continente latinoamericano sul piano degli investimenti, e quindi sull’influenza politico-economica. Secondo la Comisión Económica para América Latina y el Caribe (CEPAL), tra il 2005 e il 2016 la Cina ha investito 90 miliardi di dollari, soprattutto nel campo dell’energia e delle infrastrutture mentre le stime per il prossimo decennio prevedono 500 miliardi di dollari negli scambi e 250 miliardi di dollari negli investimenti diretti [1].

Il Venezuela, la democrazia e i diritti umani.
In questo clima sempre più ostile per gli Stati Uniti, entra in gioco la questione Venezuela. Ma è bene precisare subito due cose: il nemico vero non è Maduro, la difesa della democrazia è solo una scusa. Il nemico attuale degli Stati Uniti si chiama crisi, quella crisi che ne sta mettendo in dubbio l’egemonia mondiale. Riprendere il controllo del Venezuela, non solo quindi delle sue enormi ricchezze, ha una funzione strategicamente importante nella ridefinizione degli assetti dei prossimi anni e nella ricostituzione completa del “patio trasero” (ora che hanno di nuovo dalla loro parte anche Argentina, Brasile, Colombia, Ecuador e Cile), indispensabile per poter competere con la crescita delle altre super potenze mondiali.

Il nuovo tentativo di aggressione esterna al Venezuela viene camuffato con la scusa della difesa dei diritti umani e della democrazia. Se è pur vero che l’accentramento dei poteri nelle mani di Maduro e tutti i problemi che sta vivendo il paese (tra tutti quello della corruzione e l’inflazione inarrestabile) meriterebbe un’ampia analisi sul declino del processo bolivariano, vale la pena ricordare che ci sono casi ben più gravi di attacco alla democrazia e ai diritti umani, tutti sostenuti dagli Stati Uniti. È il caso, ad esempio dell’Honduras, dove nel novembre 2017 si sono svolte le elezioni farsa che hanno visto la rielezione fraudolenta di Hernandez, in seguito alla quale si sono verificate proteste per diversi mesi con morti, feriti e una repressione molto dura. Il paese vive da anni in un incubo senza fine: la violenza dello stato e delle maras e la miseria rendono l’Honduras una delle nazioni più pericolose e più invivibili al mondo; inoltre, sono almeno 300 i cittadini hondureños che ogni giorno abbandonano questo incubo e fuggono verso gli Stati Uniti, organizzando le famose carovane migranti per garantirsi un minimo di sicurezza in più nel lungo e pericoloso viaggio verso la frontiera statunitense. La situazione “democratica” del Guatemala vive qualcosa di simile, con attivisti che ogni giorno rischiano la vita per le loro battaglie e col presidente Jimmy Morales che nei mesi scorsi ha “cacciato” dal paese una commissione delle Nazioni Unite (la CICIG) che indagava sulla corruzione nelle istituzioni guatemalteche, dopo che questa aveva messo in stato di accusa il fratello del presidente stesso [2]. Per finire, il caso di Haiti, che da settimane sta vivendo una ripresa delle manifestazioni di piazza contro il presidente Moïse, accusato di corruzione, con la popolazione ridotta alla fame. Cito questi casi per smontare la scusa con la quale si vuole legittimare l’intervento in Venezuela: è evidente che la difesa dei diritti umani e della democrazia è sbandierata solo quando è conveniente politicamente.

L’appoggio a Guadió, anzi l’organizzazione del tentativo di colpo di stato insieme e della successiva “guarimba umanitaria”, sono quindi l’inizio di questa nuova “era” nella quale è molto probabile si riaprano le vene aperte dell’America Latina. Sebbene gli eventi ci riportino alla memoria i tempi del passato è bene considerare che, al momento, gli Stati Uniti non sono in grado di sostenere un attacco militare frontale al Venezuela. Per questo motivo, come sostiene Raul Zibechi, «non ci sarà un’invasione classica, con bombardamenti e sbarco di Marines. L’invasione sono gli “aiuti umanitari”, strategia che i militari hanno preparato per 13 anni ad Haiti, con l’appoggio dei governi progressisti» [3].

Il Messico progressista.
L’ascesa di Amlo in Messico pare andare in direzione opposta. Per la prima volta infatti, il paese ha un presidente che si definisce di sinistra ma in realtà il nuovo governo messicano è funzionale alla restaurazione egemonica degli Stati Uniti in tutto il continente. Gli ultimi 12 anni di “guerra al narco” hanno lasciato una scia di sangue, morti, desaparecidos, desplazados che non può lasciare indifferente nemmeno chi minimizza i dati ufficiali. E mantenere questo standard di violenza alla lunga è controproducente anche per i mercati, oltre che per l’opinione pubblica mondiale. L’elezione di Amlo promette e permette dunque di riportare un po’ di pacificazione, utile a proseguire con lo sfruttamento intensivo dei territori e delle risorse e in contropartita di “regalare” ai messicani la speranza di veder terminare, o per lo meno diminuire, quella scia di sangue che sembrava inarrestabile. In questi primi mesi di governo Amlo ha già dato prova di quali siano i suoi intenti: nell’agenda del presidente figurano infatti grandi opere e una nuova militarizzazione del territorio con la creazione della Guardia Nacional. Fa discutere e preoccupare soprattutto l’utilizzo delle consulte popolari per cercare di imporre le grandi opere potenzialmente devastanti per i territori e per le popolazioni indigene che vi abitano. Secondo Raul Zibechi, «le consulte che si sono fatte e che si faranno sono meccanismi di disarticolazione della protesta. Un domani puoi dire che sei contro il Treno Maya per una qualsiasi ragione e ti possono rispondere vai a votare. Nella consulta dell’aeroporto, c’è stato oltre un milione di voti, ma credo che nelle prossime andranno a votare ancora più persone, e se votano più persone, maggiore sarà la legittimità della consulta, anche se sarà illegale, senza sostegno giuridico o di altro tipo. Supponiamo che rispettino la consulta. Il messaggio che stanno inviando i progressisti e Lopez Obrador è che il conflitto non vale la pena perché è rischioso, che votando o appoggiando il governo si risolverà il problema. Il meccanismo della consulta cerca di incasellare e condurre la protesta sul terreno delle urne. Perché dovrei manifestare in piazza se sono contro e posso votare? E se perdo, per lo meno ho potuto dire la mia in un esercizio democratico nel quale non sono stato costretto a mettere il mio corpo e la polizia non mi ha colpito. Quello che si cerca è delegittimare il conflitto e la protesta e questo porta ad isolare chi protesta. Chi protesta isolato è rapidamente vittima della repressione statale».

La complementarietà del governo di Morena con gli Stati Uniti si evince anche dalle prese di posizione rispetto alle politiche migratorie. L’autunno scorso ha portato alla ribalta il tema per l’organizzazione di numerose carovane migranti partite dal Centro America e composte in prevalenza da cittadini di Honduras, El Salvador e Guatemala. La novità non è stata tanto l’organizzazione di questi lunghi e pericolosi viaggio (già presenti in passato) quanto piuttosto la rivendicazione pubblica e politica del diritto a migrare e di farlo in carovane per garantire più sicurezza. Nel giro di due mesi, almeno venti mila persone hanno raggiunto il confine nord a Tijuana dove, nonostante alcuni tentativi di forzare il valico in comune, i migranti sono stati respinti e ostacolati in ogni modo nella loro richiesta di richiesta di asilo. Le carovane hanno ovviamente fatto infuriare e strillare Trump che, poco tempo dopo ha ottenuto un accordo col Messico non indifferente: i migranti che faranno richiesta di asilo negli Stati Uniti dovranno aspettare in Messico l’esito della domanda [4]. Questo accordo la dice lunga sulla capacità del nuovo governo messicano di apportare una visione del mondo differente e ne attesta, una volta in più, la propria subalternità rispetto al vicino del nord.

Per ultimo, la creazione della Guardia Nacional ha posto le fondamenta per costituzionalizzare la militarizzazione: secondo il collettivo “Seguridad sin Guerra” infatti, la creazione di questo nuovo corpo di polizia a cui sarebbe affidata la sicurezza pubblica «implicherebbe costituzionalizzare la militarizzazione, aggravare una strategia fallita in materia di sicurezza pubblica, andare contro il quadro giuridico internazionale rispetto ai diritti umani in Messico e, una volta ancora, mantenere il paradigma di combattere la violenza con più violenza» [5].

Insomma, il quadro messicano, nonostante un governo che si definisce di sinistra, non è certo promettente: se è vero che i movimenti globali hanno individuato nella difesa dell’ambiente e dei diritti umani, con particolare riferimento alle persone che migrano, le battaglie fondamentali dei prossimi anni, il governo di AMLO è evidentemente un nemico da combattere. Politiche migratorie che minano i diritti umani, devastazione ambientale, saccheggio dei territori e annientamento di chi si oppone ai progetti di morte neoliberisti con conseguente arricchimento di pochi fortunati, continueranno a perpetuarsi, con l’aggravante, come è successo in altri paesi progressisti, di distruggere i movimenti con la cooptazione e l’illusione di avere potere decisionale attraverso le consulte.

Ripartire dalle resistenze femministe e ambientaliste.
L’America Latina ha dimostrato più volte nel corso della sua storia che è attraverso l’organizzazione dal basso che si ottengono i cambiamenti: dalle lotte di liberazione dal colonialismo, passando per la rivoluzione cubana e arrivando fino alle battaglie dei nostri giorni, numerosi sono gli esempi che hanno prodotto dei cambiamenti radicali anche nelle condizioni più difficili. Non sarà quindi questo ritorno delle destre a frenare le lotte politiche e sociali nel continente. A mio modo di vedere due sono le suggestioni che più di tutte saranno in grado di veicolare messaggi capaci di dare impulso a nuove pratiche di resistenza e costruzione di un mondo nuovo e sono, ancora una volta, il movimento zapatista con la loro esperienza di resistenza e costruzione dell’autonomia e quello femminista che, partendo dall’Argentina ha già avuto la capacità di riprodursi in tutto il continente arrivando fino al cuore della vecchia Europa. Ma, a fianco di questi due movimenti simbolo, sono numerosi i movimenti, le organizzazioni, i collettivi che con le loro piccole battaglie locali si inseriscono in un quadro di resistenza più globale contro il sistema capitalista. Pensiamo alle battaglie ambientali e di difesa del territorio del COPINH in Honduras, alle battaglie dei mapuche per il recupero delle terre usurpate loro dai miliardari, o ai movimenti cittadini brasiliani contro il rincaro dei trasporti o ancora alla dignitosa resistenza dei movimenti indigeni capace non solo di opporsi ai progetti estrattivi di morte ma anche di costruire una visione del mondo in armonia con la natura e l’ambiente.

Nonostante la probabile caduta del Venezuela e nonostante l’apertura di questa nuova buia fase, non è il tempo né di arrendersi né di stare a guardare: gli spazi di resistenza e di costruzione di un nuovo mondo sono aperti tenendo bene a mente che, come suggerisce Zibechi, «nella storia nessuna transizione è avvenuta dall’alto».





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